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title: "Al via l&#8217;operazione di terra israeliana in Libano. Allerta massima per gli italiani Unifil"
description: "L'esercito israeliano (Idf) ha annunciato di aver ucciso, nel corso di un \"attacco mirato\" dell'Aeronautica militare, Suhail Hussein Husseini"
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date: 2024-10-08
author: Mario Catania
url: https://laragione.eu/esteri/israele-ucciso-husseini-comandante-del-quartier-generale-di-hezbollah/
categories: [Esteri]
tags: [guerra, israele]
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# Al via l&#8217;operazione di terra israeliana in Libano. Allerta massima per gli italiani Unifil

![Suhail Hussein Husseini](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/10/Suhail-Hussein-Husseini.jpg)

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2024-10-08 15:01:09

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L’avvilente campagna di disinformazione che ha coinvolto piazze e università ha fatto sì che il massacro del 7 ottobre fosse rappresentato come un "atto di resistenza"

L’avvilente campagna di disinformazione che ha coinvolto piazze e università ha fatto sì che il massacro del 7 ottobre – costato l’uccisione di 1.200 ebrei, il ferimento di altri 4mila e la cattura di 250 ostaggi, oltre a indicibili atrocità per donne e bambini – fosse rappresentato come un ‘atto di resistenza’ e offuscato dalle accuse rivolte a Israele di aver reagito causando distruzioni e 42mila morti fra la popolazione civile, tra cui molti bambini. In pochi hanno rimarcato la responsabilità di Hamas che ha utilizzato i palestinesi come scudi umani e ha sconfessato il modello quietista annunciato nel 2017 con le modifiche allo Statuto originario.

L’abbandono degli espliciti richiami alla jihad della Fratellanza Musulmana e all’obiettivo ‘esistenziale’ di annientare il popolo ebraico – in quanto ancestrale stirpe nemica di Maometto e della discendenza di tutta la umma musulmana – rappresentava soltanto una scelta di convenienza tattica: in quel momento storico il Partito di Dio mirava ad avvicinare i Paesi arabi, soprattutto Egitto e Giordania, che avevano bandito la radicalizzazione e gli ultimi fondamentalisti della Fratellanza. Hamas nel frattempo ha dirottato l’enorme mole degli aiuti finanziari per armarsi e apprestare postazioni difensive e quando si è vista in una fase critica dei consensi fra la popolazione – vessata da un sistema di potere che non le ha garantito né prosperità né democrazia – ha avuto bisogno di rilanciare la sua leadership all’interno del movimento jihadista, ormai frammentato in almeno 14 fazioni. Il disegno ha collimato perfettamente con gli interessi della potenza regionale storicamente rivale dello Stato ebraico e cioè l’Iran sciita, che da tempo persegue la destabilizzazione nell’area per affermare la sua egemonia armando, finanziando e indirizzando i proxy del cosiddetto Asse della Resistenza: la stessa Hamas (la cui matrice sunnita non ha rappresentato un ostacolo), Hezbollah in Libano e le altre milizie sciite in Siria e Iraq, compresi gli Houthi che dallo Yemen hanno bloccato il flusso del commercio marittimo mondiale nel Mar Rosso.

A un anno dal massacro, benché Israele abbia ridimensionato il sistema dei proxy, non va sottovalutata la narrazione della leadership politico-religiosa iraniana. Il leader di Hezbollah Nasrallah, ucciso dagli israeliani, è celebrato come un martire dell’Islam: si vorrebbe che la sua tomba venisse eretta a Karbala, città sacra dell’Iraq legata a uno dei miti fondativi dell’Islam sciita. L’ayatollah Ali Khamenei è tornato a guidare, per la prima volta dal 2020, i sermoni durante le preghiere del venerdì: davanti a decine di migliaia di fedeli è apparso con un fucile al fianco e ha parlato sia in farsi (la lingua iraniana) sia in arabo per rivolgersi a tutta la umma musulmana anche dei Paesi arabi (l’Iran non è fra questi, come la Turchia). «Tutti i Paesi, compresi la Palestina e il Libano, hanno il diritto di difendersi secondo le regole islamiche e internazionali e nessun Paese od organizzazione internazionale può criticare i palestinesi o i libanesi per la loro resistenza contro il regime occupante sionista» ha detto, per poi aggiungere: «Oggi il nemico dell’Iran è il nemico della Palestina, del Libano, dell’Iraq, dell’Egitto, della Siria e dello Yemen».

Finora i Paesi arabi – in testa Egitto, Giordania e Arabia Saudita – sono stati guidati da un’idea comune: l’attacco del 7 ottobre di Hamas e la discesa in campo di Hezbollah e degli altri gruppi anti-Israele sono stati visti anche da loro come un chiaro disegno egemonico dell’Iran, cui fa comodo infiammare la radicalizzazione dell’Islam. L’ago della bilancia sembra rimanere in Medio Oriente e proprio nel mondo arabo. Netanyahu deve dunque misurarsi con questa prospettiva, per contrastare la condanna all’isolamento deciso dall’Iran e da Hamas con l’attacco del 7 ottobre: miravano a far saltare gli Accordi di Abramo. Quel progetto di alleanza fra Israele e i Paesi arabi potrebbe puntare ancora a ricostruire la stabilità regionale, in cui poter definire la questione palestinese e una linea comune contro il ritorno del jihadismo e la minaccia destabilizzante (inclusa quella nucleare) dell’Iran sciita.

di Maurizio Delli Santi

Oltre il massacro del 7 ottobre

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2024-10-08 15:01:12

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Un anno dopo esatto la mattanza voluta dai tagliagola di Hamas in Israele, il 7 ottobre è un "11 settembre" a cui manca uno degli elementi più forti e significativi: la condivisione

È un “11 settembre” cui manca uno degli elementi più forti e significativi: la condivisione del dolore e del lutto. Il 7 ottobre 2023, un anno dopo esatto la mattanza voluta dai tagliagola di Hamas in Israele, non è una data di infamia per tanti, troppi europei e americani. Non parliamo neppure di cittadini di Paesi del “sud del mondo”.

La furibonda reazione, in special modo quella abbattutasi sulla Striscia di Gaza senza riuscire a limitare le pesantissime e inaccettabili perdite civili - unita allo storica diffidenza (quando va bene) e troppe volte l’odio conclamato per lo Stato ebraico - hanno spinto Israele in uno dei punti più bassi di popolarità su scala globale. Come già abbiamo avuto modo di scrivere di recente, un assurdo storico considerato ciò che accadde esattamente 365 giorni fa. L’odio cieco, bieco, ingiustificabile in qualsiasi sua forma che arrivò a trucidare vecchi e neonati. Gli errori politici del governo di Benjamin Netanyahu, il suo sottostare ai ricatti dell’ultradestra, hanno spinto Israele dove nessuno avrebbe mai pensato possibile dopo una simile strage. Ma non c’è solo questo: c’è quell’odio, il vedere Israele sempre e comunque colpevole.

C’è l’antisemitismo che è tornato a spirare potente proprio nel momento in cui l’eccidio del 7 ottobre avrebbe dovuto contribuire a spegnere i focolai più ripugnanti. Non basta sottolineare gli errori - ce ne sono stati di terribili e solo ieri le cronache da Jabaliya, nel nord della Striscia, ci riportano di un raid in cui avrebbero perso la vita nove bambini - non basta sottolineare come la grande forza delle democrazie stia proprio nel saper riconoscere e tutelare il dissenso e il dissenso a Netanyahu resta forte in patria (una circostanza semplicemente impensabile in qualsiasi altro Paese dell’intera regione).

Non basta perché se sottolinei con forza e sincera partecipazione la vicinanza e l’amicizia a Israele e lo fai ancor più nel momento del dolore e del ricordo si resta quasi soli. Chi con tempismo e sensibilità proiettò la bandiera dello Stato di Israele sulla facciata di Palazzo Chigi il 7 ottobre di un anno fa, oggi resta con il popolo israeliano, ma fa fatica a emergere dall’irrilevanza diplomatica europea.

Ci sarebbe, invece, una grande occasione per l’Italia: sapersi distinguere da posizioni come quella francese sull’embargo alle armi a Israele che sembrano fatte apposta per ingraziarsi l’opinione pubblica e arrendersi all’ondata antipatizzante nei confronti di Tel Aviv cui facevamo riferimento. Posizioni pericolose, se finiscono per minare la solidarietà a un nostro amico e alleato, quando si fa forte l’onda di chi vorrebbe cancellarlo dalla faccia della terra contando sulla folle teocrazia iraniana.

L’Italia deve saper dire le verità scomode a un amico, ma sempre e comunque al suo fianco. A fianco della democrazia, della libertà e del progresso. Di un’idea di futuro, che Israele incarna alla faccia di ottant’anni di odio e guerre subite. Di Fulvio Giuliani

Il dolore e l’odio, un anno dopo

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2024-10-07 09:50:09

2024-10-07 07:50:09

Parla Maurizio Geri, ricercatore alla George Washington University, esperto di Medio Oriente. "Ormai guerra regionale. Occorre portare a termine gli accordi di Abramo per arrivare a un nuovo equilibrio nell'area".

Un anno dopo il 7 ottobre la crisi è tutt’altro che risolta, anzi è diventata regionale, con l’estensione al Libano e il coinvolgimento dell’Iran. L’anniversario, infatti, è arrivato a poche ore dalla commemorazione del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e con le nuove minacce dell’Ayatollah iraniano Alì Khamenei a Israele. La tensione, dunque, resta altissima e la speranza di una pace a breve termine si allontana. “Quello israelo-palestinese è il conflitto di più difficile soluzione al mondo e forse nella storia umana, dato che viene da generazioni e generazioni di guerre. Oggi è complicato provare a costruire una pace fondata su due Stati dato che uno stato arabo palestinese non c’è più nei fatti”, osserva Maurizio Geri, ricercatore presso la George Mason University a Washington, già analista per la NATO negli Usa e in Europa, EU Marie Curie Postdoc Fellow 2024-2026 con Ca' Foscari. “Oggi – aggiunge - ci sono due aree distanti, guidate da due fazioni politiche opposte (Fatah e Hamas) di cui una guida l’Autorità Palestinese, che però controlla solo parzialmente le enclavi palestinesi nella West Bank, e l’altra è una organizzazione terroristica finanziata dall’Iran, un paese rivoluzionario che cerca di distruggere Israele dal 1979 e di minare la pace nella regione (e nel mondo, visto il supporto all’invasione Russia in Ucraina)”. Il bilancio di un anno di guerra è pesante, tra vittime civili, sfollati ed evacuati, compresi alcuni italiani che hanno lasciato il Libano nelle scorse ore per tornare in Italia per motivi di sicurezza. Ma Israele non appare isolato, nonostante il monito del presidente Usa, Joe Biden, a “evitare la guerra totale”. “L’Occidente sosterrà sempre Israele, come tutti i popoli che hanno diritto all’autodeterminazione e a uno Stato proprio. Inoltre, gli Accordi di Abramo con i paesi Arabi non sono stati interrotti. Ultimamente, per esempio, l’ambasciatore dell’Arabia Saudita ha partecipato al vertice del Dialogo Medio Oriente-America (MEAD) a Washington, insieme a rappresentanti israeliani, in coincidenza del quarto anniversario degli Accordi”. Ma quale futuro per la Palestina? “Gaza potrebbe essere parte di uno stato Palestinese solo a patto che i negoziati fra Israele e il mondo arabo continuino”, osserva Geri, che sottolinea l’esigenza di arrivare a “un ordine regionale nella regione più volatile del pianeta. A livello territoriale l’unica soluzione che vedo possibile per uno Stato palestinese a lungo termine è forse in Sinai, in Egitto, insieme alla Striscia di Gaza, con forze internazionali e smart cities finanziate dalle potenze Arabe, per i rifugiati Palestinesi abbandonati in questi decenni prima di tutto dai loro ‘fratelli Arabi’”. Difficile, però, pensare a un futuro di Gaza senza Hamas: “Non credo, ma non è possibile nemmeno un governo a Gaza con Hamas come gruppo armato. Finché non sarà trasformato in mero partito politico con un processo di DDR (disarmo, smobilitazione e reintegrazione), come in tutti i processi di pace, non ci sarà soluzione al conflitto”. “Io penso che continuerà, anche se a bassa intensità, soprattutto per le pressioni internazionali nel difendere il diritto internazionale umanitario e finire i massacri della popolazione civile – dice Geri - Finché il regime dittatoriale iraniano continuerà a finanziare questo e altri gruppi terroristici sarà difficile arrivare ad un processo di pace”. Determinanti, poi, saranno le presidenziali Usa tra meno di un mese: “Dipenderà se la nuova Amministrazione vorrà spingere per accelerare gli Accordi di Abramo, aumentando la deterrenza verso Teheran che, finché non avrà una transizione politica con forze laiche e democratiche, continuerà a essere una minaccia per Israele”. Di Eleonora Lorusso

7 ottobre 2023 - 7 ottobre 2024

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2024-10-07 17:41:08

2024-10-07 15:41:08

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