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title: "Kigali, trent&#8217;anni dopo il genocidio in Ruanda"
description: "Fantasmi e speranza in Ruanda nell'anniversario del genocidio che insanguinò il Ruanda per quattro lunghi mesi, dilaniata dagli hutu"
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date: 2024-04-19
author: Federico Mari
url: https://laragione.eu/esteri/kigali-trentanni-dopo-il-genocidio-in-ruanda/
categories: [Esteri]
tags: [esteri, Sudafrica]
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# Kigali, trent&#8217;anni dopo il genocidio in Ruanda

![Kigali, trent&#8217;anni dopo il genocidio in Ruanda](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/04/Evidenza-sito-2-7.jpg)

Fantasmi e speranza in Ruanda nell'anniversario del genocidio che insanguinò il Ruanda per quattro lunghi mesi, dilaniata dagli hutu

**“Accadde in aprile” recita il titolo di un film del 2005 diretto da Raoul Peck** che portò sul grande schermo la storia di uno dei più grandi massacri della storia dell’umanità. L’aprile giunto quest’anno in Ruanda non è come gli altri: segna il trentesimo anniversario del **genocidio che insanguinò per circa quattro mesi il piccolo Paese dell’Africa orientale**. Cento giorni di follia, in cui la popolazione di etnia tutsi e batwa fu massacrata dai connazionali hutu.

L’incedere del tempo ha lasciato cicatrici profonde sui corpi e sulle menti dei sopravvissuti, memoria storica indispensabile in una terra che non può permettersi di dimenticare: «Siamo andati dal borgomastro dopo essere scappati e ci rispose che **per gli hutu ucciderci era semplice lavoro**, che dovevamo tornare a casa e lasciarci massacrare con dignità» **raccontò un superstite nel libro “Le ferite del silenzio”, curato dalla scrittrice Yolande Mukagasana, anch’essa scampata agli eccidi**. Convivere con il ricordo è doloroso e la riconciliazione è complicata, con le ostilità nella Repubblica Democratica del Congo – più precisamente nella provincia del Kivu settentrionale, dove operano ribelli tutsi – che alimentano campagne d’odio e negazionismo nelle realtà confinanti.

**Le vicissitudini storiche provano che il genocidio non fu una parentesi, ma il punto d’arrivo di decenni di conflitto etnico e di reciproci bagni di sangue**. Gli studiosi si dividono ancora sulle responsabilità occidentali (soprattutto belghe) nella divisione fra i due gruppi, accentuatasi durante l’epoca coloniale: “Tutsi, razza divina” titolava con scherno la rivista hutu “Kangura”, usando la preferenza mostrata dai colonizzatori europei per i nemici (più alti e dai lineamenti fini) in modo da giustificarne la discriminazione. Il periodico pubblicò nel 1990 – agli albori delle prime offensive del Fronte patriottico ruandese di Paul Kagame, oggi al potere – ‘dieci comandamenti’ per il suo popolo, un documento sinistramente simile alle leggi di Norimberga in cui si sanciva l’espulsione dei tutsi dalla società e il divieto di contrarre matrimoni misti.

**A scatenare lo sterminio fu l’abbattimento dell’aereo che trasportava il *leader* ruandese Habyarimana e l’omologo del Burundi Ntaryamira, entrambi hutu**. Tutt’ora aleggia il sospetto che l’attacco sia stato condotto dalle stesse milizie fedeli al presidente, disposte a sacrificarlo pur di ottenere il pretesto perfetto per inaugurare le stragi, già preparate nei minimi dettagli. La connivenza di alcune *leadership* europee con la dittatura – Mitterand in particolare veniva definito dagli organi pro genocidio come un «vero amico» – e il comportamento di un mondo disinteressato e incapace di fermare l’ecatombe rappresentano ancora oggi una macchia sulla reputazione (oltre che sulla coscienza) delle Nazioni Unite.

**Lo spirito di quanti invece fecero il possibile per fermare la tragedia, compresi gli hutu moderati, vive nelle nuove generazioni di ruandesi**, cresciute in un Paese profondamente diverso. Vinta la guerra nel luglio del 1994, Kagame cominciò la ricostruzione e lo fece alle sue condizioni: **Kigali figura fra le più ricche e avanzate metropoli africane ma è pur sempre la Capitale di una nazione retta con metodi autoritari**, in cui non c’è spazio per il dissenso e che vede la povertà resistere nelle campagne. Distinguere fra hutu e tutsi divenne illegale e i più giovani sono ormai abituati a considerarle etichette obsolete. C’è tanta strada da fare, ma è già tantissimo.

*di Federico Mari*
