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L’abito che non fa lo scolaro

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Le uniformi scolastiche sono davvero la chiave per promuovere l’uguaglianza tra gli studenti o nascondono più di quanto vogliano far credere?

L’abito che non fa lo scolaro

Le uniformi scolastiche sono davvero la chiave per promuovere l’uguaglianza tra gli studenti o nascondono più di quanto vogliano far credere?

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L’abito che non fa lo scolaro

Le uniformi scolastiche sono davvero la chiave per promuovere l’uguaglianza tra gli studenti o nascondono più di quanto vogliano far credere?

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LondraLe uniformi scolastiche sono davvero la chiave per promuovere l’uguaglianza tra gli studenti o nascondono più di quanto vogliano far credere? In Europa soltanto 4 dei 27 Paesi dell’Ue – insieme a Svizzera e Regno Unito – impongono l’obbligo delle uniformi in classe eppure il dibattito su di esse non accenna a spegnersi.

Il concetto di uniforme nel Regno Unito ha radici profonde, risalenti al XVI secolo, quando veniva utilizzata nelle scuole di beneficenza per distinguere i bambini poveri dai loro compagni che potevano permettersi un’istruzione privata. A Oxford, nel XVIII secolo, persino la lunghezza della toga differenziava i nobili dai borsisti: i lord vestivano con quelle lunghe, i gentlemen con modelli al ginocchio mentre gli studenti con borsa di studio indossavano una giacca corta. Con il tempo l’uniforme ha assunto un ruolo più democratico, diventando simbolo di uguaglianza e strumento per attenuare le differenze socio-economiche tra gli studenti. Ma siamo sicuri che basti indossare una giacca e una cravatta per creare una vera uguaglianza? L’idea di vestire tutti nello stesso modo può sembrare una soluzione semplice, ma quanto realmente può nascondere le profonde disparità economiche e sociali che permeano il mondo scolastico?

Un recente sondaggio condotto dalla Schoolwear Association ha rivelato che più dell’80% degli insegnanti ritiene che le uniformi siano essenziali per creare un ambiente scolastico equo. Tuttavia questa apparente uguaglianza ha un prezzo. Se da un lato le uniformi alleggeriscono il carico sui genitori e facilitano il lavoro degli insegnanti nel far rispettare un codice di abbigliamento standard, dall’altro limitano l’espressione personale degli studenti, soffocando la loro creatività e individualità. Avendo poi il logo della scuola stampato sulla giacca, i ragazzi riconoscono a quale scuola (privata o pubblica) appartieni. È un po’ come avere lo stemma della squadra del cuore.

E non è tutto. Le divisioni di genere – ancora comuni in molte scuole (pantaloni per i ragazzi e gonne per le ragazze) – possono sembrare una reliquia di un’epoca superata, sollevando questioni sulla libertà di espressione e sull’impatto che queste regole possono avere sulla salute mentale degli studenti che si identificano con generi diversi da quelli imposti. Il tema dell’uguaglianza scolastica è complesso. Anche se le uniformi possono ridurre le disparità visibili, la realtà è che le differenze socio-economiche – e persino la distinzione tra scuole – rimangono ineludibili. Come dimostrano le differenze tra uno studente dell’Università di Cambridge e uno dell’Aru (entrambe università della stessa città), non basta indossare gli stessi abiti per colmare le distanze delle opportunità nella vita. Chi si laurea nella prestigiosa università inglese guadagna in media 20mila sterline in più rispetto a un altro laureato. Più che un segno di uguaglianza, l’uniforme sembra piuttosto un tentativo di nascondere disuguaglianze più profonde.

di Melania Guarda Ceccoli

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