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title: "La Corte dell&#8217;Aja ordina a Israele di fermare immediatamente l&#8217;offensiva a Rafah"
description: "La Corte internazionale di giustizia dell'Aja ha ordinato a Israele di fermare l'offensiva militare a Rafah, dopo la richiesta del Sudafrica"
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date: 2024-05-24
modified: 2024-05-25
author: Mario Catania
url: https://laragione.eu/esteri/la-corte-dell-aja-ordina-a-israele-di-fermare-immediatamente-loffensiva-a-rafah/
categories: [Esteri]
tags: [giustizia, hamas, israele, Sudafrica]
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# La Corte dell&#8217;Aja ordina a Israele di fermare immediatamente l&#8217;offensiva a Rafah

![La Corte dell’Aja Israele](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/05/La-Corte-dellAja-Israele.jpg)

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2024-01-12 10:50:36

2024-01-12 09:50:36

L'assurda causa intentata dal Sudafrica che ha accusato Israele di "genocidio" in una lunga istanza che la Corte internazionale di giustizia dell'Aia ha ascoltato

La guerra si sposta da Gaza al tribunale. Il Sudafrica, storico sostenitore della causa palestinese, ha accusato Israele di «genocidio» in una lunga istanza che la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha ascoltato ieri e continuerà ad ascoltare oggi. Tel Aviv, con l’appoggio degli Stati Uniti, si oppone e ha definito la denuncia sudafricana come una «diffamazione del sangue».

Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa deve avere un debole per gli aggressori. Il suo esecutivo ha mantenuto rapporti solidi con la Russia e non ha mai condannato seriamente l’invasione dell’Ucraina. Allo stesso modo, dopo gli attacchi terroristici di Hamas dello scorso 7 ottobre, si è schierato contro Israele. Secondo la dichiarazione di 84 pagine che il Sudafrica ha depositato all’Aia, le azioni di Israele nell’offensiva su Gaza «hanno un carattere genocida, poiché sono commesse con l’intento specifico di distruggere i palestinesi come gruppo razziale ed etnico». Nel documento, che parla di «gravi violazioni della quarta Convenzione di Ginevra, di crimini di guerra e crimini contro l’umanità», si legge che «è importante collocare gli atti di genocidio nel contesto più ampio della condotta di Israele nei confronti dei palestinesi durante i suoi 75 anni di apartheid e i suoi 56 anni di belligerante occupazione del territorio palestinese».

L’African National Congress, il partito al potere in Sudafrica dal 1994 (anno della fine della segregazione razziale) supporta da anni la causa della Palestina. «Sappiamo troppo bene che la nostra libertà è incompleta senza la libertà dei palestinesi» aveva sottolineato Nelson Mandela. Nel ricorso in tribunale il Sudafrica sostiene che il trattamento riservato ai palestinesi abbia una forte somiglianza col regime di apartheid in Sudafrica, terminato proprio con l’elezione di Mandela. Il governo israeliano, naturalmente, non ci sta. E ha definito il Sudafrica come «l’avvocato del diavolo». «La storia giudicherà il Sudafrica per la sua complicità criminale col più sanguinoso massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto e lo giudicherà senza pietà» ha detto Eylon Levy, il portavoce del governo di Tel Aviv. Anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha respinto con rabbia le accuse del Sudafrica. «Non siamo noi che siamo venuti a perpetrare il genocidio: è Hamas» ha spiegato. «Le nostre Forze di difesa agiscono col massimo della moralità, mentre Hamas, se potesse, ci ucciderebbe tutti».

Come Israele, anche gli Stati Uniti hanno condannato la presa di posizione del Sudafrica. «Troviamo questa proposta priva di merito, controproducente e completamente sfornita di qualsiasi base di fatto» ha affermato John Kirby, direttore delle comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale. «Israele non sta cercando di cancellare il popolo palestinese dalla mappa, ma sta cercando di difendersi da una minaccia terroristica, questa sì di genocidio. Quindi, se iniziamo a usare quella parola va bene. Ma facciamolo in maniera appropriata».

di Filippo Merli

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Israele e l'assurda causa intentata dal Sudafrica

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2024-01-12 10:35:44

2024-01-12 09:35:44

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2024-05-15 08:48:36

2024-05-15 06:48:36

I carri armati hanno raggiunto la parte orientale di Rafah dove si sono rifugiate più di un milioni di persone. Dagli USA un miliardo di dollari in armi a Israele

I carri armati israeliani si sono spinti nella parte orientale di Rafah, raggiungendo alcuni quartieri residenziali della città di confine meridionale, dove più di un milione di persone si sono rifugiate dopo essere state sfollate a causa della guerra contro Hamas a Gaza.

Gli alleati internazionali di Israele hanno ripetutamente esortato a non effettuare un'incursione di terra a Rafah, dove si trovano i rifugiati, avvertendo di una potenziale catastrofe umanitaria. Tel Aviv dal canto suo afferma che sta agendo per evacuare i civili prima di muoversi in nuove aree. Afferma che un'operazione a Rafah è necessaria come parte del suo sforzo per eliminare i restanti battaglioni operativi di Hamas.

In un resoconto delle sue attività, l'Idf ha dichiarato che le sue forze hanno eliminato diverse cellule armate in combattimenti ravvicinati sul lato gazanese del valico di frontiera di Rafah con l'Egitto. Nella parte orientale della città, ha detto, ha anche distrutto cellule di uomini armati e una postazione di lancio da cui venivano sparati missili contro le truppe dell'Idf.

L'amministrazione Biden ha intanto comunicato al Congresso che intende inviare un nuovo pacchetto di oltre 1 miliardo di dollari in armi e munizioni a Israele, si legge sul Times of Israel. 

di Ruggero Fontana

Rafah, i carri armati d'Israele avanzano verso est

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2024-05-16 10:06:18

2024-05-16 08:06:18

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2024-05-07 10:04:51

2024-05-07 08:04:51

Per Netanyahu l'opzione militare resta ancora la via maestra per lo smantellamento dell'organizzazione estremistica palestinese

Hamas ha approvato ieri una proposta di cessate il fuoco. C’è un problema: a quanto pare, non è stata avanzata da Israele bensì dall’Egitto; inoltre Hamas l’avrebbe accettata inserendo una clausola (che mentre scriviamo non si conosce ancora nei dettagli) che probabilmente verrà considerata irricevibile dal governo di Benjamin Netanyahu, per il quale l’opzione militare resta ancora la via maestra per lo smantellamento dell’organizzazione estremistica palestinese. Se questo scenario venisse confermato assisteremmo all’ennesimo fallimento di un accordo per una tregua in cambio del rilascio degli ostaggi israeliani, condannando quel che rimane di Gaza a un’ennesima ondata di violenza. Questa trattiva peraltro è già stata compromessa ieri dal lancio di più di 10 razzi da parte di Hamas contro i militari israeliani stanziati presso il kibbutz “Kerem Shalom” (Vigneti della Pace) e anche dai precedenti bombardamenti effettuati da Israele. Le Forze di difesa israeliane hanno comunque ordinato ufficialmente l’evacuazione della parte più orientale di Rafah, contrassegnata dai riquadri 270, 28 e da 10 a 16. Sono numeri che dicono poco a chi non si trova lì, ma essenziali ai profughi per avere una possibilità di sopravvivenza. Mesi fa l’esercito di Gerusalemme ha infatti distribuito una mappa che divide la Striscia di Gaza in migliaia di micro-aree, per poter comunicare ai civili quelle più a rischio. Quasi 35mila morti dopo, l’efficacia di tale misura è stata messa in dubbio più e più volte, ma rimane l’unica speranza a cui possano aggrapparsi gli abitanti per non venire travolti da una battaglia che sembra imminente.

L’idea è di far spostare i non combattenti verso i campi di tende approntati da Israele a Khan Yunis, nelle aree già liberate dal controllo di Hamas. La forza d’attacco della 62esima Divisione “HaPlada” (Acciaio), composta dalla 401esima Brigata corazzata “I’kvot ha-Barzel” (Cingoli d’acciaio) e dalla 933esima Brigata di fanteria “Nahal” (acronimo per No’ar Halutzi Lohem, Gioventù militare e pioniera), incombe a meno di 2 chilometri a Est del checkpoint “Kerem Shalom” (situato vicino al kibbutz omonimo) fra Israele e Gaza. Anche se le dimensioni delle unità militari variano di nazione in nazione e sono spesso coperte da segreto, la Divisione “HaPlada” dovrebbe contare per la prossima offensiva su un totale di 8-10mila soldati e su circa 80 carri armati Merkava.

Si tratterebbe delle forze iniziali, supportate dalla 98esima Divisione di paracadutisti “Ha-Esh” (Fuoco) che invece aspetta a 20 chilometri di distanza. L’unità si trova nella base militare di Tze’elim, famosa per essere dotata di uno dei più grandi centri di addestramento – Baladia City – per le battaglie in un contesto urbano di stampo mediorientale. Secondo le indiscrezioni il Comando israeliano voleva destinare ancora più forze, ma le preoccupazioni statunitensi riguardo le vittime civili hanno indotto Gerusalemme a escludere due brigate (la 551esima e la 460esima) in favore di un attacco più chirurgico.

I gazei si sono quindi rimessi in marcia – chi a piedi, chi in auto, chi a dorso di mulo – per raggiungere le tende nelle nuove aree per i profughi. Disillusi e stremati, alcuni inevitabilmente rimarranno nella zona delle operazioni anche per paura che gli israeliani filtrino i maschi in età militare per interrogarli. «Le persone non hanno dove andare, nessuna area è sicura» si sfoga con i giornalisti di “Reuters” il ventitreenne Mohammad Al Najjar, attualmente nella parte di occidentale di Rafah con la sua famiglia. «Tutto ciò che resta per Gaza è la morte». Di Camillo Bosco

Evacuano Rafah

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2024-05-07 15:33:57

2024-05-07 13:33:57

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