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La resistenza ai talebani ha sempre lo stesso nome: Massoud

Il figlio del ‘Leone del Panshir’ dichiara la sua guerra.

Dieci giorni fa, all’indomani della caduta di Kabul in mano ai talebani, ricordavamo come nel novembre del 2001 non furono i soldati americani a entrare nella capitale afghana, mentre i sedicenti ‘studenti islamici’ fuggivano. Appoggiati dall’aria dagli Usa, furono i mujahidin a occupare la città, sancendo la fine di quel regime del terrore. Lo abbiamo raccontato grazie a chi quel giorno era lì, l’inviato del “Corriere della Sera” Andrea Nicastro al seguito dei guerriglieri dell’Alleanza del Nord. 

Bisogna tornare a quel 12 novembre 2001, quando i ‘liberatori’ di Kabul erano orfani da due mesi di Ahmad Shah Massoud, il ‘Leone del Panshir’, per capire cosa possa accadere oggi. È di poche ore fa l’annuncio che i mujahidin combatteranno ancora i talebani: «La resa non fa parte del mio vocabolario». Firmato Ahmad Massoud, il figlio del Leone.

Massoud padre era un guerrigliero con i fiocchi, ma anche un tipico uomo d’affari della sua terra. Aveva fatto i soldi grazie agli americani, che avevano rifornito di armi e denaro i suoi uomini per combattere i sovietici. L’iconica immagine del mujahidin armato di lanciarazzi a spalla ‘Stinger’, contro gli elicotteri d’assalto russi, non sarebbe mai esistita senza il supporto economico e materiale di Pentagono e Cia. Al termine dell’occupazione sovietica gli americani decisero di ricomprarsi gli armamenti non utilizzati e a vendere trovarono ovviamente lui, il Leone. Capace di farsi pagare due volte, prima e dopo l’occupazione di Mosca.

Massoud non disdegnava altri modi per guadagnare e tanto: commerciava in smeraldi (il Panshir ne è ricco) e naturalmente in droga. Nonostante l’estrema difficoltà, coltivare il papavero nella stretta e montagnosa valle che fu il suo regno resta molto più remunerativo che seminare grano. Era di casa in Francia e aveva deciso di dare un’educazione occidentale al figlio, crescendolo come suo delfino. Un lavoro appena abbozzato. Proprio all’Occidente si era rivolto, segnalando il gravissimo rischio incarnato dal regime talebano e da Al Qaeda. Fu ucciso, in un attentato a tradimento, due giorni prima dell’11 settembre.

Il figlio aveva 13 anni e Andrea Nicastro lo conobbe durante l’avanzata verso Kabul. Oggi, ne ricorda il senso di ineluttabilità nel dover seguire le orme paterne. Una consapevolezza che trasfigurava il suo volto di ragazzino. Ancora poco più che un bambino, non si poteva discutere l’eredità del leggendario guerrigliero. Lottare non per l’Afghanistan (che vuol pur sempre dire ‘terra dei pashtun’, l’odiata etnia dei presidenti amici degli Usa e anche ironicamente dei talebani) ma per il suo popolo. Vale a dire il popolo del Panshir, ancora più precisamente i tagiki del Panshir.

Ai due Massoud non è mai interessato combattere per un’idea di Afghanistan. Sono di lingua e cultura persiana, musulmani sunniti eppure regolarmente foraggiati dall’Iran sciita. Nel ‘grande gioco’, cominciato in quelle terre ai tempi della regina Vittoria, il Pakistan è invece lo storico protettore e finanziatore dei talebani. 

In questo scenario, Massoud figlio deve dimostrare di poter reggere sul campo il ruolo di leader della resistenza al governo talebano. Sia con le armi che con la politica, lui che ha fatto l’accademia militare e studiato al King’s College, nel Regno Unito. Si giocherà la partita sul carisma, che permise al padre di creare una forza sul campo coesa e temibile. Ciò che è clamorosamente mancato, per 20 lunghi anni, all’esercito addestrato e pagato dalla coalizione. Come noto anche gli appassionati di calcio di casa nostra (grazie al leggendario presidente del Catania Massimino che chiedeva informazioni su dove acquistarlo), il carisma non è sul mercato. Il Leone ne aveva in abbondanza e ancora oggi la credibilità dei mujahidin la si deve alla sua figura.

Quando il figlio garantisce che la resistenza è solo all’inizio, sa di far riecheggiare, dalla valle del Panshir alle capitali occidentali, la memoria delle gesta del padre.

di Marco Sallustro

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