---
title: La tragedia (anche politica) di Rafah
description: Centinaia di migliaia di persone sospinte verso il Sud della Striscia di Gaza. Rafah, luogo simbolo di questa tragedia umanitaria.
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Tragedia-umanitaria-Rafah.png
date: 2024-02-18
modified: 2024-02-19
author: Fulvio Giuliani
url: https://laragione.eu/esteri/la-tragedia-anche-politica-di-rafah/
categories: [Esteri]
tags: [esteri, guerra, israele]
---

# La tragedia (anche politica) di Rafah

![Tragedia umanitaria Rafah](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/02/Tragedia-umanitaria-Rafah.png)

34644

2024-02-15 10:00:48

2024-02-15 09:00:48

Fra i contraccolpi subiti da Hamas dopo il 7 ottobre c’è quello di aver svelato i rapporti con l’Unrwa

Fra i maggiori contraccolpi subiti da Hamas, come conseguenza dell’attacco del 7 ottobre contro Israele, c’è stato quello di avere esposto le proprie connessioni con l’agenzia delle Nazioni Unite Unrwa. Da tempo si sospettava che le donazioni umanitarie fossero utilizzate in modo non trasparente ma, nonostante le reiterate denunce, per decenni i contributi degli Stati membri dell’Onu (in particolare gli Usae la Commissione europea) sono arrivati a destinazione.

L’Unrwa è nata nel 1948 per sostenere il soccorso e lo sviluppo umano dei rifugiati palestinesi con due pecche di base: quella di aver dotato i palestinesi di un’agenzia a sé (di tutti gli altri profughi del mondo si occupa l’Unhcr) e quella di conferire lo status di rifugiati a tutti i discendenti. Fra le critiche a questo approccio c’è quella secondo cui – a differenza dell’Unhcr, che opera per far sì che i profughicessino di essere tali – l’Unrwa esiste grazie alla perpetuazione dello status di rifugiato che si estende a livello ereditario. Dunque mentre per gli altri fuoriusciti le soluzioni politiche sono auspicabili, la creazione di uno Stato palestinese non sarebbe nell’interesse dell’agenzia, che non avrebbe più ragion d’essere senza i rifugiati di quella origine. Se poi si considera che il personale dell’Unrwa è in larga parte palestinese (che sia pro Hamas o meno), è lecito porsi una domanda: quale impiegato lavorerebbe per la chiusura del proprio datore di lavoro?

Malgrado l’enorme supporto umanitario che negli anni l’agenzia ha portato alla popolazione, la sua peculiarità l’ha resa vulnerabile. Il primo campanello d’allarme risale all’ottobre 2004, quando l’allora commissario generale dell’Unrwa Peter Hansen dichiarò in un’intervista di essere sicuro che ci fossero membri di Hamas sul libro paga della stessa agenzia delle Nazioni Unite. Fu la prima di una serie di denunce. Nel 2009 James G. Lindsay – ex consigliere generale dell’Unrwa – criticò le pratiche dell’organismo,sostenendo che non stava escludendo i terroristi dai suoiorganici. Nello stesso anno l’europarlamentare Paul van Buitenen chiedeva alla Commissione europea chiarimenti alriguardo. Nel 2013 Jonathan Dahoah-Halevi – ricercatore su Medio Oriente e Islam radicale – affermò che il sindacato dei lavoratori dell’Unrwa era «controllato da Hamas». Nel 2014 un rapporto mise in guardia gli Stati Uniti sull’uso di fondi dell’agenzia delle Nazioni Unite per scopi non umanitari, come l’indottrinamento dei bambini alla violenza. Nel 2015 alcuni dipendenti dell’Unrwa furono accusati di incitare sui social alla violenza contro Israele. Nel 2019 l’ex portavoce dell’Unrwa Chris Gunness celebrò su Twitter la morte di presunti traditori palestinesi accusati di essere spie d’Israele. Nel 2021 l’Ue minacciò di trattenere 20 milioni di euro in aiuti a meno che non fossero state apportate modifiche ai programmi scolastici. Chiudono il cerchio la recente accusa diavere preso parte all’assalto del 7 ottobre – rivolta dal governo israeliano a 12 dipendenti dell’agenzia – e il ritrovamento del data center di Hamas sotto il quartier generale dell’Unrwa.

Dalla somma degli eventi possono essere tratte due conclusioni. Primo: tramite il personale, Hamas si trovava all’interno di questa agenzia Onu. Secondo: i vertici della medesima hanno dimostrato per decenni una mentalità – se non connivente – discutibilmente tollerante nei confronti di questa organizzazione terroristica.

di Alessandra Libutti

La lunga compromissione dell’Unrwa

publish

closed

closed

la-lunga-compromissione-dellunrwa

2024-02-16 08:09:34

2024-02-16 07:09:34

post

raw

14647

2024-02-14 15:43:53

2024-02-14 14:43:53

È stato diffuso dall'esercito israeliano il video del leader di Hamas Yahya Sinwar insieme a moglie e figli in un tunnel sotto lo Striscia di Gaza

L’esercito israeliano ha diffuso un video del leader di Hamas a Gaza Yahya Sinwar che appare in un tunnel con accanto la moglie e “due o tre” dei suoi figli.

Il filmato mostra Sinwar e la famiglia spostarsi da un tunnel all’altro sotto Khan Yunis. Dalle immagini – ora analizzate dall’esercito e dallo Shin Bet – il leader appare in buona salute.

Le prime immagini del leader di Hamas Yahya Sinwar

publish

closed

closed

le-prime-immagini-del-leader-di-hamas-yahya-sinwar

2024-02-14 15:43:53

2024-02-14 14:43:53

post

raw

24510

2024-01-30 16:50:03

2024-01-30 15:50:03

Quello che sta accadendo dal 7 ottobre è raccontato da Israele e Palestina con due racconti diversi ma standard: capiamo quali

Quando si discute di Israele, degli attacchi del 7 ottobre e della conseguente invasione di Gaza, ci troviamo – quasi automaticamente – di fronte a due racconti standard.

Secondo il racconto israeliano, l’origine del dramma è il rifiuto da parte palestinese della soluzione dei due Stati, patrocinata dall’Onu fin dal 1947; un rifiuto protratto e iterato per almeno mezzo secolo, man mano che le varie offerte israeliane venivano bruciate l’una dopo l’altra dai più o meno legittimi rappresentanti del popolo palestinese. Secondo il racconto palestinese, l’origine del dramma è la nakba (la catastrofe) del 1948, ovvero l’espulsione violenta, per opera di forze israeliane, di 700mila palestinesi dai loro villaggi e dalle loro terre; una espulsione che, sotto forme diverse, si è ripetuta innumerevoli volte nei decenni successivi.

Questi due racconti non sono falsi, o uno vero e l’altro falso. A modo loro, sono sostanzialmente veri entrambi, sia pure da angolature diverse. Il problema è che sono omissivi, gravemente omissivi. E lo sono sul medesimo punto e per la medesima ragione, e cioè perché rimuovono il ruolo realmente svolto dalle rispettive classi dirigenti.

Sul versante palestinese, e più in generale nel mondo arabo, manca qualsiasi riflessione sia sulla catastrofica e strumentale gestione della questione palestinese da parte degli Stati arabi ‘amici’ (a partire da Giordania e Egitto), sia sulla qualità delle leadership che – lungo 75 anni – hanno condotto le guerre e le trattative con Israele. Promuovere o tollerare la via del terrorismo, convogliare la maggior parte degli aiuti internazionali in armamenti e usare sistematicamente i civili come scudi umani hanno inflitto al popolo palestinese sofferenze indicibili di cui nessun leader è mai stato chiamato a rispondere. In questo senso hanno perfettamente ragione quanti sostengono che il primo nemico del popolo palestinese sono i suoi capi e dirigenti, cui si deve l’impressionante sequenza di scelte autolesionistiche attuate dal 1948 a oggi.

Ma sul versante israeliano le cose non sono andate molto meglio, soprattutto negli ultimi decenni. Quel che i difensori di Israele sistematicamente dimenticano è che la costante di (quasi) tutte le politiche che si sono avvicendate dal 1948 in poi è stata la progressiva annessione, con l’occupazione militare e con gli insediamenti dei coloni, di terre originariamente assegnate dalle Nazioni Unite ai palestinesi. Certo, ci sono anche stati dei momenti in cui i governi israeliani hanno fatto passi indietro – come la restituzione del Sinai all’Egitto o la cessione di porzioni della Cisgiordania o la rinuncia alla Striscia di Gaza – ma basta un’occhiata alla successione delle cartine che rappresentano i confini di Israele e la mappa degli insediamenti dei coloni per rendersi conto di due circostanze.

Primo, la tendenza di fondo è al restringimento della porzione di Palestina controllata dai palestinesi, che già era inferiore al 50% nelle intenzioni dell’Onu e oggi è ridotta al 10% (e a circa il 5% se escludiamo l’area B della Cisgiordania, a controllo misto israelo-palestinese). Secondo, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono così numerosi, diffusi e puntiformi da rendere praticamente inconcepibile la formazione di un vero Stato palestinese dotato di continuità territoriale, a meno di espellere centinaia di migliaia di coloni israeliani: la politica degli insediamenti, poco per volta, ha determinato una sorta di fatto compiuto irreversibile che ipoteca il futuro di entrambi i popoli. Da questo punto di vista non saprei dire se fa più ribrezzo il cinismo con cui Netanyahu rifiuta la soluzione dei due Stati che lui stesso ha reso impraticabile o l’ipocrisia di Biden, che finge che quella alternativa sia ancora sul tavolo.

Possiamo sentirci più vicini al popolo palestinese o a quello israeliano, ma è difficile non prendere atto che, entrambi, sono anche ostaggi e vittime (quanto innocenti?) di classi dirigenti che non sono state all’altezza.

di Luca Ricolfi

Palestina e Israele, due popoli in ostaggio

publish

closed

closed

palestina-e-israele-due-popoli-in-ostaggio

2024-01-30 17:53:34

2024-01-30 16:53:34

post

raw
