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La tregua traballa e nessuno pensa ai ragazzi di Teheran

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Mentre la tregua mostra i primi segni di debolezza, il pensiero va ai ragazzi iraniani costretti ad accettare le follie degli ayatollah

La tregua traballa e nessuno pensa ai ragazzi di Teheran

Mentre la tregua mostra i primi segni di debolezza, il pensiero va ai ragazzi iraniani costretti ad accettare le follie degli ayatollah

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La tregua traballa e nessuno pensa ai ragazzi di Teheran

Mentre la tregua mostra i primi segni di debolezza, il pensiero va ai ragazzi iraniani costretti ad accettare le follie degli ayatollah

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Primo giorno di tregua, prime ore di cessate il fuoco che già trema sotto i colpi di Israele.
Vogliamo concentrarci, però, sull’Iran e – per essere più precisi – sugli iraniani.

Perché mentre i nostri grandi (comprensibili) problemi degli ultimi giorni sono stati il prezzo della benzina o i timori di un progressivo blocco del traffico aereo, i 90 milioni di persone soggette dal 1979 a uno dei regimi più dispotici della terra fanno i conti con l’incubo di sempre.

Accettare per disperazione e impotenza le follie degli ayatollah e le conseguenze della loro politica o scegliere la strada della ribellione in nome della democrazia e della libertà. Strada che in decine di migliaia di casi, solo poche settimane fa, ha portato a una morte orrenda o a marcire in prigione.
Rischiando di essere appesi a una gru nella pubblica piazza, secondo il costume della “giustizia” praticata nella Repubblica islamica.

Ragazze e ragazzi, donne e uomini che negli anni non hanno mai rinunciato all’idea e all’aspirazione di vivere come noi, di poter decidere del proprio futuro e del proprio destino. Gli iraniani hanno un coraggio esemplare e meriterebbero ben altro appoggio e considerazione da questa parte del mondo.

In Italia abbiamo saputo abbracciare i destini di altri popoli senza pace e in alcuni casi senza terra ma, per motivi disparati e spesso incomprensibili, non abbiamo maturato eguali sentimenti nei loro confronti.
Eppure sono così simili: quando quelle ragazze e quei ragazzi scendono in piazza rischiando la pelle li vediamo, li ascoltiamo e ci sembra di vedere e ascoltare i nostri ragazzi. Vorrebbero studiare, divertirsi, viaggiare, lavorare e vivere come noi.

Donald Trump li ha lasciati soli, li ha frettolosamente illusi all’alba del 28 febbraio, quando scatenò la sua guerra senza strategia, appellandosi al “Coraggioso popolo iraniano”. Li invitò a prendere in mano il proprio destino, come già aveva fatto poche settimane prima nel pieno della mattanza scatenata dal regime, quando li aveva esortati a continuare a lottare perché “L’aiuto sta arrivando”. Non è arrivato proprio un bel niente, né l’aiuto né la fine dell’incubo né la fine del regime.
Sono stati ammazzati la guida suprema e un po’ di capi, sostituiti da un potere che ha avuto cinquant’anni per tramutarsi in un’idra impossibile da abbattere solo dal cielo.

Gli iraniani hanno capito, hanno pesato Trump e le sue parole e per fortuna non lo hanno ascoltato più. Era evidente che gli Stati Uniti non avrebbero mandato un soldato e sono rimasti a osservare gli eventi. Possiamo immaginare il senso di abbandono e solitudine che staranno provando in queste ore.

Il regime può fare lo smargiasso, per quanto sia stato massacrato e azzoppato, perché non cambia il suo potere di vita e di morte su un intero popolo. Noi osserviamo distrattamente, mentre tiriamo il fiato e corriamo a prenotare i voli dell’estate.

Di Fulvio Giuliani

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