Minacce, rinunce, tregua e paure: la folle giornata di Islamabad
Usa e Iran si parlano, anzi no. Almeno per ora. L’unico, vero appuntamento su cui si potrebbe costruire un simulacro se non di ottimismo, almeno di speranza – il vertice a Islamabad, in Pakistan – è saltato
Minacce, rinunce, tregua e paure: la folle giornata di Islamabad
Usa e Iran si parlano, anzi no. Almeno per ora. L’unico, vero appuntamento su cui si potrebbe costruire un simulacro se non di ottimismo, almeno di speranza – il vertice a Islamabad, in Pakistan – è saltato
Minacce, rinunce, tregua e paure: la folle giornata di Islamabad
Usa e Iran si parlano, anzi no. Almeno per ora. L’unico, vero appuntamento su cui si potrebbe costruire un simulacro se non di ottimismo, almeno di speranza – il vertice a Islamabad, in Pakistan – è saltato
Usa e Iran si parlano, anzi no. Almeno per ora.
L’unico, vero appuntamento su cui si potrebbe costruire un simulacro se non di ottimismo, almeno di speranza – il vertice in Pakistan – è saltato ieri sera.
A dar peso alle minacce ripetute da Donald Trump, avremmo dovuto correre il concreto rischio di tornare ai bombardamenti, ma è stato lo stesso capo della Casa Bianca ad annunciare in serata una proroga del cessate il fuoco in scadenza proprio oggi. “Per aspettare che in Iran si raggiunga una posizione unitaria da presentare ai colloqui”.
Un pragmatismo che, almeno per qualche ora, ha messo da parte le parole di fuoco fini a se stesse.
Giornata convulsa e contraddittoria quella vissuta a Teheran. Salta il secondo round di colloqui a Islamabad
Giornata convulsa e contraddittoria quella vissuta a Teheran: sarebbe stata la Guida Suprema Mojtaba Khamenei in persona ad autorizzare l’invio della delegazione a Islamabad. Peccato che dall’Iran alla fine non sia partito nessuno. Hanno vinto le frizioni interne al potere e la sconfortante certezza di poter tirare la corda con Trump, perso nelle sue mille dichiarazioni.
Era significativo il livello della delegazione Usa pronta a partire per il Pakistan e bloccata quasi sulla scaletta dell’aereo, capeggiata anche in quest’occasione dal vicepresidente J.D. Vance, oltre che dagli ormai inseparabili negoziatori Jared Kushner e Steve Witkoff.
Ancor più sconcertante, davanti a questa disponibilità nei fatti da parte americana, il dietrofront iraniano e quanto la teocrazia non si faccia alcun problema a cercare di risolvere le proprie faide interne con questo sfinente e un po’ ridicolo vengo-non vengo.
Del resto, in condizioni normali l’indisponibilità di Teheran a discutere della rinuncia al nucleare porterebbe di per sé al fallimento di qualsiasi trattativa. Solo che in questa storia, cominciata lo scorso 28 febbraio, di normale non c’è nulla.
Più il presidente Usa alza la voce, più l’Iran ha la sensazione che in realtà le carte del tycoon – per dirla come Trump comprenderebbe e apprezzerebbe – non sono poi questa gran mano.
di Fulvio Giuliani
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