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No, Trump non è morto: quando le voci corrono più veloci dei fatti

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Il caso Trump ricorda che il giornalismo e la responsabilità dell’informazione hanno oggi un ruolo più cruciale che mai

No, Trump non è morto: quando le voci corrono più veloci dei fatti

Il caso Trump ricorda che il giornalismo e la responsabilità dell’informazione hanno oggi un ruolo più cruciale che mai

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No, Trump non è morto: quando le voci corrono più veloci dei fatti

Il caso Trump ricorda che il giornalismo e la responsabilità dell’informazione hanno oggi un ruolo più cruciale che mai

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Questa mattina una fetta di web statunitense è esploso su un unico argomento: la presunta morte del 47° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.
 Una voce senza fondamento, che ha preso piede in poche ore e che ha generato migliaia di commenti, condivisioni e speculazioni.

La realtà, però, è molto diversa. Trump non è morto. Le dicerie sembrano essersi alimentate a partire da tre elementi: la sua assenza da eventi pubblici dall’ultimo di mercoledì, alcune immagini circolate in passato che mostravano un livido sulla mano e la bandiera della Casa Bianca issata a mezz’asta. Quest’ultimo dettaglio, in particolare, è stato male interpretato: la bandiera non era abbassata per Trump, bensì in segno di rispetto per le vittime della sparatoria in una scuola di Minneapolis.

Nel frattempo, l’agenda del Presidente resta chiara: dopo un fine settimana senza impegni ufficiali, tornerà a pieno ritmo martedì.

A gettare benzina sul fuoco sono state anche alcune dichiarazioni del vicepresidente JD Vance che, rispondendo a una domanda ipotetica sul suo ruolo in caso di tragedia, ha parlato dell’esperienza da vicepresidente come di una sorta di “allenamento”. Una frase insolita che ha alimentato interpretazioni distorte, ma che non ha alcun legame con la salute del Presidente.

Il caso dimostra ancora una volta quanto la viralità sui social possa essere un’arma a doppio taglio. In poche ore, una notizia non verificata è riuscita a scalare l’attenzione collettiva, trasformandosi in “verità percepita” per molti utenti. Bastano piccoli indizi mal interpretati, o frasi decontestualizzate, per scatenare ondate di panico e narrazioni ingannevoli.

Il caso Trump ricorda che il giornalismo e la responsabilità dell’informazione hanno oggi un ruolo più cruciale che mai. Davanti alla velocità dei social, l’unico antidoto è la verifica.
Un esercizio che richiede tempo, pazienza e senso critico, ma che resta fondamentale se non vogliamo che le voci superino i fatti.

di Federico Arduini

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