Operazione Cuba, via il comunismo entro l’anno
L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump punterebbe a un cambio di regime a Cuba entro la fine di quest’anno
Operazione Cuba, via il comunismo entro l’anno
L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump punterebbe a un cambio di regime a Cuba entro la fine di quest’anno
Operazione Cuba, via il comunismo entro l’anno
L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump punterebbe a un cambio di regime a Cuba entro la fine di quest’anno
L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump punterebbe a un cambio di regime a Cuba entro la fine di quest’anno. A dare la notizia, con una sua esclusiva, è stato il quotidiano americano “The Wall Street Journal” che scrive anche delle modalità con cui dovrebbe consumarsi la caduta di quel che resta del regime castrista. Non esisterebbe ancora un piano operativo preciso ma al momento pare esclusa l’ipotesi di un’invasione armata, mentre sembra assai più concreta quella di cercare persone all’interno del governo a L’Avana in grado di porre fino al regime comunista.
Quanto alle previsioni sulla tempistica in cui dovrebbe realizzarsi il collasso di Cuba, la prospettiva indicata della fine del 2026 è dovuta soprattutto all’analisi fatta a Washington della situazione economica dell’isola caraibica. Il ragionamento è semplice: le difficoltà per la popolazione sono in continuo aumento – carenze croniche dei beni essenziali e dei medicinali, crescenti e lunghi blackout – e le riserve petrolifere, perso un alleato in Sudamerica come il presidente venezuelano Maduro (che riforniva gratuitamente Cuba di petrolio), si esauriranno in brevissimo tempo.
Quanto alla Cina e alla possibilità di un sostegno all’isola, se è vero che giusto pochi giorni fa il presidente cinese Xi Jinping ha approvato un nuovo pacchetto di aiuti d’emergenza – stanziando 80 milioni di dollari e inviando 60mila tonnellate di riso – è altrettanto vero che la distanza geografica fra Pechino e L’Avana rende assai difficile una costante assistenza cinese (come sarebbe necessario, vista la profonda crisi economica cubana).
Dal punto di vista strettamente geopolitico, il Dragone ha invece ribadito la «stretta fratellanza» fra le due nazioni. Fratellanza che non piace affatto al presidente americano Donald Trump e al suo segretario di Stato Marco Rubio, in prima fila sia nella scelta del blitz in Venezuela sia nella definizione di una strategia per un cambio di regime a L’Avana. Subito dopo l’arresto di Maduro lo stesso presidente Trump aveva inviato un duro messaggio a Cuba: «Suggerisco con forza che facciano un accordo. Prima che sia troppo tardi», aggiungendo che i flussi di petrolio e di denaro verso l’isola sarebbero stati stroncati. Fra le restrizioni che il piano americano mette in campo vi è pure quella alle trasferte dei medici cubani, una delle poche risorse di cui dispone attualmente L’Avana per fare cassa.
Vista da Washington, la logica sarebbe dunque semplice: portare l’isola al collasso economico, far crescere il malcontento della popolazione e innescare una spaccatura dentro il governo comunista che porti alla sua caduta. Detto così sembra facile ma va considerato che – dal punto di vista politico – il Partito comunista cubano nel suo antiamericanismo è assai più coeso di quello venezuelano di Maduro.
Va infine segnalata una contraddizione che riguarda gli immigrati cubani negli Stati Uniti. La linea dell’amministrazione Usa nell’era della seconda presidenza Trump è stata infatti quella non soltanto di imporre sanzioni economiche ma anche di vietare i viaggi in America ai cittadini di alcune nazioni (Cuba compresa) e di revocare visti e protezione a diverse migliaia di rifugiati già presenti in terra americana. Se si vuole spingere i cubani a rovesciare il comunismo sull’isola, beh questa politica non sembra di certo la migliore per far loro amare (e seguire) gli Stati Uniti.
Di Massimiliano Lenzi
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