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title: Palestina e Israele, due popoli in ostaggio
description: "Quello che sta accadendo dal 7 ottobre è raccontato da Israele e Palestina con due racconti diversi ma standard: capiamo quali"
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/01/Evidenza-sito-3-5.jpg
date: 2024-01-30
author: Luca Ricolfi
url: https://laragione.eu/esteri/palestina-e-israele-due-popoli-in-ostaggio/
categories: [Esteri]
tags: [hamas, israele, Palestina]
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# Palestina e Israele, due popoli in ostaggio

![Palestina e Israele](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/01/Evidenza-sito-3-5.jpg)

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2023-10-08 15:30:44

2023-10-08 13:30:44

Disponibile su tutte le piattaforme streaming, 'Attacco ad Israele': il podcast per comprendere il conflitto arabo-israeliano attraverso le voci de La Ragione

Ascolta il nuovo podcast 'Attacco a Israele'. Per spiegare, comprendere e analizzare il conflitto arabo-israeliano attraverso le voci de La Ragione.

Il primo episodio, "Hamas-Israele, il rischio di una guerra mai vista prima" di Eleonora Lorusso e Giuseppe Dentice è disponibile su tutti i servizi streaming.

'Attacco a Israele' il nuovo podcast de La Ragione

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2023-10-27 10:55:33

2023-10-27 08:55:33

Evitare di abboccare è il primo dovere della politica occidentale, in questa guerra a Israele alcuni punti non sono negoziabili. In cerca di equilibrio

Le immagini e la loro strategia d’uso in guerra sono arma nota, moltiplicata nella sua potenza emotiva verso l’opinione pubblica dall’epoca dei social e della loro presenza totalizzante. E Hamas, aggressore di Israele, le immagini le sta usando quotidianamente. Contro Israele. Con metodo e con un obbiettivo: sfaldare il fronte occidentale che sostiene Tel Aviv e il suo diritto di reagire dopo il vile attacco del 7 ottobre scorso.

Evitare di abboccare è il primo dovere della politica occidentale. Perché in questa guerra a Israele alcuni punti non sono negoziabili. Non sono negoziabili l’esistenza dello Stato di Israele e la sua salvaguardia da qualsiasi attacco. Non è negoziabile la realtà, per cui noi oggi sappiamo che Tel Aviv è l’unica democrazia di un’area martoriata da decenni e strategica per la geopolitica globale. Non è negoziabile che, dopo quanto subìto per mano di Hamas, Israele abbia scelto di rispondere e di difendersi. Una risposta che dev’essere misurata sugli obbiettivi da raggiungere e non sulla vendetta. Su questo – e il nostro giornale lo sta scrivendo da tempo – il ruolo del presidente americano Joe Biden è stato sinora determinante ed equilibrato. Quello di sconfiggere definitivamente Hamas è un obbiettivo militare e politico sacrosanto. Un obbiettivo da non confondere con il radere al suolo Gaza o la Palestina.

E qui, dai temi non negoziabili la questione passa appunto all’equilibrio. Che significa anzitutto pensare al dopo. Dopo l’ingresso armato a Gaza e la fine della risposta di Israele al vile attacco subìto, si porrà infatti il tema di cosa resterà e di come convivranno israeliani e palestinesi. Fare in modo che in quell’area non resti soltanto odio è una questione politica e non umanitaria. Una questione che Israele e l’Occidente dovranno affrontare per evitare di tornare a prima del 2005. Non che dopo sia stato bello. Anzi. Ma prima era peggio. Perché ciò accada, perché dopo la risposta di Israele all’attacco di Hamas si riesca a costruire una pace possibile e a evitare un fuoco perenne di missili da Gaza su Israele, occorre prendere atto di un’evidenza: in quelle zone dovranno convivere israeliani e palestinesi.

Un buon viatico a che questo accada sarà la sconfitta di Hamas. Ma per evitare che subito dopo sbuchi fuori un’altra organizzazione terroristica occorre che il mondo si faccia carico del fatto che esiste anche il diritto dei palestinesi ad avere un loro Stato. Non sarà domani, non sarà dopodomani, i tempi saranno probabilmente lunghi ma dovranno esserlo senza una guerra continua fra due popoli. Dopo la reazione di Israele si tratterà infatti di ripartire da un equilibrio. Come? Non certo con la retorica facile che in molti ripetono in queste ore: due popoli e due Stati. Perché questa retorica non risponde alla domanda sostanziale: in che modo?

L’opzione meno peregrina appare quella di avviare una interposizione militare – ovviamente armata (ma ribadire a volte aiuta) – che dovrà essere organizzata e condivisa anzitutto da Israele, poi dai palestinesi (non da Hamas, che speriamo sarà a quel punto sconfitto), dagli Stati arabi, dagli Usa, dall’Unione europea, dalla Cina e (non prendeteci per utopisti) dalla Federazione Russa. L’inizio della visita negli Stati Uniti del ministro degli Esteri cinese Wang Yi – che ieri ha incontrato a Washington il segretario di Stato Usa Antony Blinken e oggi vedrà il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan e pure il presidente Usa Joe Biden – è un segnale diplomatico da non sottovalutare. Primo, perché un capo di Stato e di governo che incontra un ministro è cosa inusuale. Secondo, perché Biden avrebbe chiesto a Wang di parlare (anche) di Iran. Equilibri.

di Massimiliano Lenzi

Equilibrio e il futuro d'Israele e Palestina

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2023-10-27 07:50:29

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2023-10-07 11:53:56

2023-10-07 09:53:56

Il diluvio di missili su Israele lanciati dalla Striscia di Gaza, i soprusi sui civili dei miliziani di Hamas: un giorno di orrore e di ennesimi errori di valutazione

Il “diluvio“ di missili lanciati questa mattina all’alba dalla Striscia di Gaza su Israele è l’immagine “iconica”, spettacolare e “scenografica“ di questo attacco di Hamas allo Stato d’Israele. Mai visto in questa scala.

Ben più terrificanti, però, sono le istantanee e i video dei Suv rubati o preparati dai terroristi che sono riusciti a infiltrarsi dalla Striscia e per troppo tempo sono stati liberi di scorrazzare fra le vie delle città israeliane più vicine al confine, dopo aver “bucato” il servizio di sicurezza che dovrebbe sigillare la Striscia. Tutto questo mentre lo loro incursione era coperta dai 2500 missili lanciati e dai colpi di mortaio.

Ci sarà tempo per valutare la portata dell’attacco e gli indiscutibili errori commessi dall’intelligence israeliana e dall’esercito ma quelle immagini, quel senso di insicurezza e terrore determinati dall’arrivo fisico del nemico libero di sparare sui passanti è un macigno sullo Stato ebraico.

Un dato è certo: la risposta militare d’Israele sarà durissima. I nemici storici di Israele ripetono sempre lo stesso errore, convinti di riuscire prima o poi a spezzarlo sfruttando quelle che per loro sono “divisioni insanabili“ interne e che invece sono i frutti della democrazia. Realtà completamente ignota ai signori della guerra che questa mattina hanno scatenato l’inferno. Converrebbe loro ricordare che - indipendentemente dal colore del governo - quando a Gerusalemme il premier israeliano in carica dichiara: “Siamo in guerra“, questo significa che si prepara una risposta violenta, lunga e spietata nei confronti di chi ha attaccato. Un intero Paese trasforma una minaccia mortale in un nemico comune.

Il nemico è Hamas, ancora una volta il grumo di potere più ferocemente antiisraeliano che esista, rintanato in quell’inferno in terra che risponde al nome di Striscia di Gaza. Un nemico preparato, ricco, ben equipaggiato. In particolar modo dall’Iran. Un nemico che non si fa scrupoli di affamare il suo “popolo“, pur di usare il denaro solo per fabbricare missili, comprare armi, addestrare kamikaze. Un nemico formidabile, come dimostrato dolorosamente questa mattina, in grado di pianificare con pazienza, di studiare e valutare prima di colpire con ferocia e determinazione.

Feroce e determinata - statene certi - sarà anche la risposta israeliana ed ecco perché il sommarsi degli elementi che abbiamo provato a elencare fanno pensare che in questo sabato 7 ottobre 2023 si sia all’alba di una nuova guerra.

Ancora una volta, un conflitto comincia con una strategia dichiarata da parte di chi ha deciso di fare la sua mossa: Hamas vuole la “distruzione di Israele“ ma sostanzialmente mira a spargere il terrore, dare la sensazione che Israele sia spaccato al suo interno, indifeso e meno preparato rispetto un tempo, puntando alla sollevazione generale dei tanti che continuano a sognare di cancellarlo dalla cartina geografica. Non solo a Teheran.

Non è la prima volta che Israele viene colto di sorpresa e la memoria corre inevitabilmente alla guerra del Kippur, nel 1973, quando gli egiziani a momenti sfondarono le linee verso Tel Aviv. Vero, ma il conflitto si concluse con i carriarmati con la stella di David a un passo dal Cairo, fermati solo dall’intervento diplomatico statunitense. Questo lo si ricorda meno.

Una giornata all’insegna dell’orrore e - a saper leggere la storia - dell’ennesimo errore di sottovalutazione della forza della democrazia israeliana. Un attacco su larga scala che riporta il Medioriente indietro di diversi giri di lancette della storia.

di Fulvio Giuliani

“Israele è in guerra”, Hamas è il nemico

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2023-10-07 11:53:56

2023-10-07 09:53:56

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