Rabbia e isolamento li spingono al massacro
Sul Donbass incombe la minaccia del fallimento finale per Mosca.
Rabbia e isolamento li spingono al massacro
Sul Donbass incombe la minaccia del fallimento finale per Mosca.
Rabbia e isolamento li spingono al massacro
Sul Donbass incombe la minaccia del fallimento finale per Mosca.
AUTORE: Camillo Bosco
Sprofondato nell’isolamento internazionale, il Cremlino teme di affogare nel sangue dei 40mila soldati uccisi o feriti nella campagna d’Ucraina. Del blocco ex sovietico solo l’Armenia e la Bielorussia tengono bordone all’invasore, rimanendo però irrilevanti per ribaltare le sorti della guerra. Queste due nazioni sono alleate di Putin soltanto per bisogno – di difesa dalle mire azere la prima, di appoggio in caso di un’insurrezione popolare la seconda – e non possono fornire a Mosca ciò che le serve per vincere.
Yerevan, la capitale della repubblica armena, è divenuta addirittura uno dei centri preferiti per i russi in fuga dalle sanzioni occidentali e dalla stretta autoritaria dei siloviki, gli agenti dei servizi segreti costituenti l’aristocrazia putiniana. Lukashenka, satrapo delegittimato della cosiddetta “Russia Bianca”, lascia invece che il suo territorio funga da base per gli attacchi aerei e missilistici dell’armata russa ma tiene le sue (poche) truppe nel caldo delle caserme, senza sognarsi minimamente di partecipare alla carneficina. Persino la triangolazione che Minsk ha tentato di mettere in piedi per portare in Russia le merci sanzionate è fallita miseramente grazie agli attivisti polacchi: a Kukuryki, sulla frontiera tra Polonia e Bielorussia, si è ormai formata una fila di diversi chilometri di tir ai quali è de facto impedito lo sconfinamento.
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In questo contesto non stupisce quindi la grottesca virata che il colonnello generale Sergei Rudskoi, capo del Direttorato principale per le Operazioni dello Stato maggiore dell’esercito russo, ha annunciato in conferenza stampa: «Man mano che le singole unità svolgono i loro compiti con successo, le nostre forze e i nostri mezzi si concentreranno sull’obiettivo principale: la completa liberazione del Donbass. Il cambiamento è stato possibile perché il potenziale di combattimento delle forze armate ucraine è stato notevolmente ridotto». Questa pietosa bugia, che tace il paradossale aumento dei carri armati in uso all’esercito di Zelensky grazie alla cattura di quelli abbandonati dai russi, ha anticipato il ritiro di diverse brigate che hanno subìto perdite impossibili da rimpiazzare: pare infatti che il comandante del 13° reggimento corazzato si sia suicidato dopo aver scoperto come il 90% dei mezzi posti in riserva fossero inutilizzabili a causa di ruberie e smantellamento per pezzi di ricambio o pura incuria.
Come Hitler nella battaglia di Berlino del 1945, Putin muove così truppe fantasma dagli altri fronti sul teatro operativo del Donbass. Lì, davanti ai territori occupati di Donetsk e Lugansk, sono però schierati quei reparti d’élite dell’esercito ucraino riuniti nel Comando Interforze e che dall’inizio della guerra tengono la linea di contatto praticamente immutata, a eccezione di porzioni di territorio a Nord e del corridoio d’assedio verso Mariupol.
Nella sua ultima intervista Zelensky ha detto che «le truppe russe vengono gettate nella fornace come ceppi per alimentare la locomotiva della guerra». E in effetti pare che Putin voglia tentare di spingere il treno sino al suo inesorabile deragliamento.
di Camillo Bosco
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