---
title: Recuperati vivi quattro ostaggi israeliani a Gaza
description: "Quattro israeliani rapiti lo scorso 7 ottobre e tenuti in ostaggio da Hamas sono stati liberati oggi nella Striscia di Gaza dall'Idf."
featured_image: https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/06/ostaggi-israeliani-tratti-in-salvo.jpg
date: 2024-06-08
modified: 2024-06-10
author: Claudia Burgio
url: https://laragione.eu/esteri/recuperati-vivi-quattro-ostaggi-israeliani-a-gaza/
categories: [Esteri]
tags: [esteri, israele, viral]
---

# Recuperati vivi quattro ostaggi israeliani a Gaza

![ostaggi israeliani tratti in salvo](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2024/06/ostaggi-israeliani-tratti-in-salvo.jpg)

16910

2024-01-20 16:50:59

2024-01-20 15:50:59

Mentre il calciatore israeliano Yehezkel veniva espulso con l'accusa di "incitamento all'odio", Noa - rapita il 7 ottobre da Hamas - annunciava la morte di due prigionieri

Mentre il calciatore israeliano della squadra turca di Antalya, Sagiv Yehezkel, segnava il gol del pareggio e ricordava gli ostaggi ancora tenuti dai terroristi di Hamas, Noa – una delle ragazze rapite il 7 ottobre – in un video girato e diffuso dai terroristi annunciava che due dei prigionieri mostrati domenica scorsa erano stati uccisi. I due fatti non sono avvenuti contemporaneamente ma le notizie sono state diffuse insieme. Il calciatore israeliano, che ha ricordato i prigionieri dei terroristi indicando la scritta sul polso fasciato con una benda bianca, è stato subito espulso dalla Turchia con l’accusa di «incitamento all’odio» e «di sostenere con quel gesto ripugnante i massacri contro i palestinesi». Ma mentre tutto ciò avveniva e veniva reso noto, ecco apparire in video Noa Argamani – la ragazza rapita al rave in corso a Re’ Im e portata via su di una motocicletta – che dà la notizia della morte dei due prigionieri: una sorta di gioco perverso della morte annunciata dalla stessa prigioniera. Eppure, nel Paese di Erdoğan chi incita all’odio è il calciatore israeliano mentre gli assassini sono – evidentemente – o eroi o santi. Non solo viviamo in un mondo in cui la realtà può essere uccisa dall’immagine, ma ci troviamo in una situazione in cui le cose sono distorte, manipolate, camuffate e così i carnefici diventano vittime e le vittime diventano carnefici. È un fottuto mondo complicato in cui la prima arma è la sofistica e per combatterla non è possibile minimamente abbassare la guardia dei fatti, della storia, del pensiero. Si prenda l’altro caso: l’accusa del Sudafrica, davanti alla Corte internazionale dell’Aia, nei confronti di Israele nientemeno che di «genocidio». Il popolo che è vivo o per caso o per miracolo e che nel Novecento è entrato con sei milioni di esseri umani nei forni crematori è accusato di «genocidio» per una guerra difensiva.

Le parole – diceva quel tale regista e attore italiano – sono importanti, ma in un mondo ‘sofisticato’ o non contano nulla o sono ancora più importanti e vengono usate per capovolgere, storpiare, confondere non la realtà ma qualcosa di più profondo: il suo stesso senso. Noi italiani ne sappiamo qualcosa perché a ogni piè sospinto tiriamo fuori la parola “fascismo”, con il risultato che per la troppa disinvoltura e ‘falsa coscienza’ non sappiamo più cosa si debba intendere con questo termine. Oggi questa pratica di giocare con i concetti si è appropriata addirittura della parola “genocidio” e la cosa è scandalosa perché, alla lettera, offende e strazia la memoria di popoli e genti che hanno provato sulla pelle e sulle ossa la volontà dello sterminio di massa: gli armeni, gli ebrei, gli ucraini, gli slavi, i cambogiani, i ruandesi. Il gioco disumano che si fa è quello di svalutare la volontà dello sterminio di massa (la eliminazione dell’essere-umano in quanto tale) per rovesciarla addosso a chi – gli ebrei – l’ha subita e ora si sta difendendo da atti terroristici che ancora una volta sono mossi dalla medesima volontà di sterminarlo. È davvero il mondo capovolto e costa fatica, mentale e morale, mantenere i nervi saldi e concentrarsi sui fatti e sui giudizi per non perdere il senso delle cose e delle parole di ieri, di oggi, di domani.

Le guerre a cui stiamo assistendo si muovono su due livelli: la morte degli uomini e la morte delle parole. Entrambe le drammatiche esperienze provengono dal Novecento: il secolo sterminatore dei totalitarismi. Pensare di non fare i conti con il Novecento è illusorio. Dobbiamo salvare le vite non meno della vita delle parole e del pensiero.

Di Giancristiano Desiderio

La Ragione è anche su WhatsApp. Entra nel nostro canale per non perderti nulla!

Assassini come santi o eroi

publish

closed

closed

assassini-come-santi-o-eroi

2024-01-20 17:04:21

2024-01-20 16:04:21

post

raw

24510

2024-01-30 16:50:03

2024-01-30 15:50:03

Quello che sta accadendo dal 7 ottobre è raccontato da Israele e Palestina con due racconti diversi ma standard: capiamo quali

Quando si discute di Israele, degli attacchi del 7 ottobre e della conseguente invasione di Gaza, ci troviamo – quasi automaticamente – di fronte a due racconti standard.

Secondo il racconto israeliano, l’origine del dramma è il rifiuto da parte palestinese della soluzione dei due Stati, patrocinata dall’Onu fin dal 1947; un rifiuto protratto e iterato per almeno mezzo secolo, man mano che le varie offerte israeliane venivano bruciate l’una dopo l’altra dai più o meno legittimi rappresentanti del popolo palestinese. Secondo il racconto palestinese, l’origine del dramma è la nakba (la catastrofe) del 1948, ovvero l’espulsione violenta, per opera di forze israeliane, di 700mila palestinesi dai loro villaggi e dalle loro terre; una espulsione che, sotto forme diverse, si è ripetuta innumerevoli volte nei decenni successivi.

Questi due racconti non sono falsi, o uno vero e l’altro falso. A modo loro, sono sostanzialmente veri entrambi, sia pure da angolature diverse. Il problema è che sono omissivi, gravemente omissivi. E lo sono sul medesimo punto e per la medesima ragione, e cioè perché rimuovono il ruolo realmente svolto dalle rispettive classi dirigenti.

Sul versante palestinese, e più in generale nel mondo arabo, manca qualsiasi riflessione sia sulla catastrofica e strumentale gestione della questione palestinese da parte degli Stati arabi ‘amici’ (a partire da Giordania e Egitto), sia sulla qualità delle leadership che – lungo 75 anni – hanno condotto le guerre e le trattative con Israele. Promuovere o tollerare la via del terrorismo, convogliare la maggior parte degli aiuti internazionali in armamenti e usare sistematicamente i civili come scudi umani hanno inflitto al popolo palestinese sofferenze indicibili di cui nessun leader è mai stato chiamato a rispondere. In questo senso hanno perfettamente ragione quanti sostengono che il primo nemico del popolo palestinese sono i suoi capi e dirigenti, cui si deve l’impressionante sequenza di scelte autolesionistiche attuate dal 1948 a oggi.

Ma sul versante israeliano le cose non sono andate molto meglio, soprattutto negli ultimi decenni. Quel che i difensori di Israele sistematicamente dimenticano è che la costante di (quasi) tutte le politiche che si sono avvicendate dal 1948 in poi è stata la progressiva annessione, con l’occupazione militare e con gli insediamenti dei coloni, di terre originariamente assegnate dalle Nazioni Unite ai palestinesi. Certo, ci sono anche stati dei momenti in cui i governi israeliani hanno fatto passi indietro – come la restituzione del Sinai all’Egitto o la cessione di porzioni della Cisgiordania o la rinuncia alla Striscia di Gaza – ma basta un’occhiata alla successione delle cartine che rappresentano i confini di Israele e la mappa degli insediamenti dei coloni per rendersi conto di due circostanze.

Primo, la tendenza di fondo è al restringimento della porzione di Palestina controllata dai palestinesi, che già era inferiore al 50% nelle intenzioni dell’Onu e oggi è ridotta al 10% (e a circa il 5% se escludiamo l’area B della Cisgiordania, a controllo misto israelo-palestinese). Secondo, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono così numerosi, diffusi e puntiformi da rendere praticamente inconcepibile la formazione di un vero Stato palestinese dotato di continuità territoriale, a meno di espellere centinaia di migliaia di coloni israeliani: la politica degli insediamenti, poco per volta, ha determinato una sorta di fatto compiuto irreversibile che ipoteca il futuro di entrambi i popoli. Da questo punto di vista non saprei dire se fa più ribrezzo il cinismo con cui Netanyahu rifiuta la soluzione dei due Stati che lui stesso ha reso impraticabile o l’ipocrisia di Biden, che finge che quella alternativa sia ancora sul tavolo.

Possiamo sentirci più vicini al popolo palestinese o a quello israeliano, ma è difficile non prendere atto che, entrambi, sono anche ostaggi e vittime (quanto innocenti?) di classi dirigenti che non sono state all’altezza.

di Luca Ricolfi

Palestina e Israele, due popoli in ostaggio

publish

closed

closed

palestina-e-israele-due-popoli-in-ostaggio

2024-01-30 17:53:34

2024-01-30 16:53:34

post

raw

32950

2023-10-11 15:00:08

2023-10-11 13:00:08

Arduino Paniccia, analista, opinionista e scrittore: "Il vero obiettivo dell'attacco da Gaza erano gli ostaggi. Un piano studiato da almeno un anno, con un'abile regia esterna"

Dopo l’attacco da parte dei miliziani palestinesi da Gaza, l’escalation della guerra in Israele è inevitabile, con la dichiarazione di guerra da parte di Tel Aviv, decisa anche all’operazione di terra. Nonostante l’Iran abbia smentito un proprio coinvolgimento nell’offensiva dalla Striscia, è ritenuto il “grande sponsor” della guerra contro Israele e questo aumenta il rischio di una pericolosissima estensione del conflitto all’area mediorientale: «Certamente è difficile pensare che tutto questo sia potuto accadere senza un forte supporto esterno. Per quanto Hamas possa essersi preparata, la beffa ai servizi segreti israeliani e l’abilità con cui i terroristi sono usciti dagli schemi degli attacchi del passato vanno analizzate alla luce del conflitto in Ucraina» osserva Arduino Paniccia, analista, opinionista e scrittore, già consulente per agenzie Onu, esperto Ispi e nonché fondatore dell’Asce - Scuola di Competizione Economica Internazionale (ex Scuola di guerra). «Soprattutto all’inizio della guerra ai confini ucraini, si è infatti capito che era possibile rispondere a un nemico molto più forte contando su mezzi tecnologici evoluti».

Paniccia spiega che «la crisi in Israele è anche la dimostrazione che il conflitto si sta allargando, interessando aree ai confini dell’Europa: il Nordafrica, il Medio Oriente, il Caucaso. La sensazione, che non vuole essere dietrologia, è dunque che vi sia qualcosa di più complesso che un attacco, seppure beffardo, di Hamas a Israele». Proprio riguardo la beffa ai servizi segreti israeliani, che non hanno intercettato per tempo i miliziani, Paniccia osserva: «Non dimentichiamo che Israele è un Paese in guerra costante, in una perenne fase di attacco difensivo, e una falla si può aprire. Per quanto preparati e forti, se uno scontro è protratto per decenni un errore può avvenire. In questo caso è stato macroscopico, ma ricordiamo anche che l’offensiva messa in atto da Hamas è stata molto ben preparata, per almeno un anno o più, con un grande sponsor quale l’Iran. A questo si aggiunga che anche le organizzazioni terroristiche del Libano hanno fatto credere all’intelligence di Tel Aviv tutt’altro rispetto a quanto si stava preparando, soprattutto in un momento in cui la società israeliana era ed è molto divisa al suo interno».

Ora uno dei nodi rimane il numero di ostaggi fatti dai miliziani. «L’obiettivo di Hamas pare sia stato soprattutto fare ostaggi. In questo modo non soltanto si è fatto saltare l’accordo israeliano con i sauditi che stava per essere siglato (gli Accordi di Abramo, ndr.), ma mediaticamente si è fornita un’immagine di Israele più debole rispetto a quella che conosciamo» spiega Paniccia. Ma come si libera un così gran numero di ostaggi? «Potrebbe essere tentata un’operazione mirata e veloce, ma questo avrebbe anche molte controindicazioni e grandi rischi. Se, come sembra, l’ispirazione dell’attacco ha origini iraniane, potrebbe verificarsi quanto accaduto già in passato: la questione rimarrà in stallo a lungo. Potrebbe anche accadere che siano coinvolti altri Paesi alleati, da entrambe le parti. Per questo non stupisce il posizionamento di una portaerei americana davanti alle coste israeliane».

Il possibile coinvolgimento, in termini di supporto, degli Usa potrebbe essere dettato anche dalla nazionalità di molti gli ostaggi. «Sia che si sia trattato di un’offensiva più rapida preceduta da un poderosissimo attacco cyber con il sostegno iraniano (Hamas da sola non sarebbe stata in grado di portarla avanti), sia che fosse una trappola preparata da tempo (come dimostra il ritrovamento di modellini degli insediamenti israeliani con i quali si sarebbero addestrati i miliziani palestinesi), è stato centrato l’obiettivo di prendere il maggior numero di ostaggi, anche americani» conclude l’analista.

 

di Eleonora Lorusso

Volevano strage e ostaggi, parla Arduino Paniccia

publish

closed

closed

volevano-strage-e-ostaggi-parla-arduino-paniccia

2023-10-11 15:03:16

2023-10-11 13:03:16

post

raw

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da La Ragione (@laragione.eu)
