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La Cina e la guerra
La Cina non prende una posizione netta sulla guerra: non si espone contro l’aggressore, ma al tempo stesso non vuole diventare vittima delle sanzioni occidentali per colpa della Russia. Una situazione instabile mentre la fine della pace ridisegna gli equilibri geopolitici.
| Esteri
La Cina e la guerra
La Cina non prende una posizione netta sulla guerra: non si espone contro l’aggressore, ma al tempo stesso non vuole diventare vittima delle sanzioni occidentali per colpa della Russia. Una situazione instabile mentre la fine della pace ridisegna gli equilibri geopolitici.
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La Cina e la guerra
La Cina non prende una posizione netta sulla guerra: non si espone contro l’aggressore, ma al tempo stesso non vuole diventare vittima delle sanzioni occidentali per colpa della Russia. Una situazione instabile mentre la fine della pace ridisegna gli equilibri geopolitici.
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La Cina non prende una posizione netta sulla guerra: non si espone contro l’aggressore, ma al tempo stesso non vuole diventare vittima delle sanzioni occidentali per colpa della Russia. Una situazione instabile mentre la fine della pace ridisegna gli equilibri geopolitici.
La diplomazia cinese si muove, ma non è semplice capire in quale direzione. Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, Pechino non ha sconfessato «l’amicizia senza limiti» con Vladimir Putin né ha condannato l’aggressione militare, ma ha evitato di prendere una decisione netta. Se da una parte aiuta la Russia a mitigare l’effetto delle sanzioni occidentali, dall’altra è lecito pensare che non intenda compromettere l’obiettivo di crescita del 5,5% previsto dal presidente Xi Jinping per quest’anno. D’altronde il primo partner commerciale della Cina è l’Unione europea, non la Russia (con la quale ha storicamente un rapporto complicato): solo nel 2021 il valore dello scambio commerciale tra il Dragone asiatico e i ventisette Paesi ammonta a più di 828 miliardi, circa il 27% in più rispetto all’anno precedente. Anche la partnership tra Cina e Russia è cresciuta moltissimo e la prima è un socio vitale per la seconda. Non viceversa.
Secondo quanto riportato da “Reuters”, circa dieci giorni fa il gruppo statale cinese del petrolio Sinopec avrebbe sospeso i negoziati con Mosca per un importante investimento da mezzo miliardo di dollari sul mercato petrolchimico russo. Un segnale abbastanza chiaro: Pechino non vuole essere colpita dalle sanzioni occidentali per colpa di un altro Paese, in particolare per un problema considerato essenzialmente europeo. L’invasione russa poi impone a Xi un dilemma geopolitico: su questo fronte il presidente ha sempre invocato la diplomazia e il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale (si pensa a Taiwan), ma nella crisi ucraina questi princìpi sono disattesi.
Ciononostante, all’Onu si astiene sul conflitto. Secondo “Bloomberg”, a marzo diverse aziende cinesi hanno acquistato carbone e petrolio russo in yuan (la moneta cinese) ed è la prima volta da quando Washington e Bruxelles hanno isolato finanziariamente Mosca. Inoltre “The Cradle”, un sito di informazione che copre la regione dell’Indo-Pacifico, riporta che i due Paesi starebbero lavorando per creare una moneta internazionale alternativa al dollaro. Un’iniziativa «verosimile», scrivono Luca Fantacci e Lucio Gobbi su “Ispi”. Anche sul grano Pechino sta sostenendo Mosca.
In questo modo le due potenze euro-asiatiche potrebbero infatti bloccare l’espansione a Est della Nato e l’influenza di alleanze anticinesi nella regione dell’Indo-Pacifico, contendendo gli obiettivi statunitensi. Ma in quali rapporti di forza? Gli sviluppi potrebbero far pensare a una sorta di subalternità di Mosca a Pechino, processi già iniziati e accelerati dal conflitto. Ma è ancora presto per giudizi affrettati mentre la fine della pace ridisegna gli equilibri mondiali.
di Mario Bonito
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