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Trump nello Stretto si gioca tutto

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Trump e l’amministrazione americana ora hanno solo due strade davanti: dar seguito alle minacce apocalittiche o aspettare che si compongano le evidenti fratture interne al regime di Teheran

Trump nello Stretto si gioca tutto

Trump e l’amministrazione americana ora hanno solo due strade davanti: dar seguito alle minacce apocalittiche o aspettare che si compongano le evidenti fratture interne al regime di Teheran

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Trump nello Stretto si gioca tutto

Trump e l’amministrazione americana ora hanno solo due strade davanti: dar seguito alle minacce apocalittiche o aspettare che si compongano le evidenti fratture interne al regime di Teheran

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La partita si è spostata definitivamente a Teheran. È stato il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a certificarlo, quando martedì sera ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tutti prorogando sine die il cessate il fuoco che sarebbe andato in scadenza da lì a poco.

La decisione, seguita a giorni e giorni di rutilanti minacce finite nella solita bolla di sapone, è stata motivata dall’esigenza di dare il tempo al governo iraniano di giungere a una posizione condivisa da presentare ai mediatori americani.
Una posizione, come si accennava, sorprendentemente morbida rispetto alle parole fulminanti utilizzate sino a poche ore prima, quando si minacciava la teocrazia di morte certa, se non avesse apposto immediatamente la firma alle proposte Usa.

La decisione di Trump, peraltro, è una fotografia della realtà dei fatti, considerato che l’amministrazione americana ha solo due strade davanti: dar seguito alle minacce apocalittiche o aspettare che si compongano le evidenti fratture interne al regime di Teheran, consentendo a quest’ultimo di trovare una posizione sufficientemente stabile da poter parlare con il “Grande Satana”.

Trump ha scelto l’opzione B – grazie al cielo, almeno per ora – anche perché la A non l’avrebbe tirato fuori dal vicolo cieco in cui si è andato a cacciare per prestare ascolto alla confusa strategia del leader israeliano Benjamin Netanyahu.

L’Iran da parte sua, che comunque balla sul filo sempre fragilissimo teso dal capo della Casa Bianca, ha l’occasione irripetibile di mettersi a trattare quasi da pari e pari con il nemico che lo ha spianato senza pietà per sei settimane. L’enorme “fortuna” di Teheran è stata l’assoluta mancanza di strategia di Trump. Quest’ultimo era convinto che con la sola tattica (da decidere di giorno in giorno) si sarebbe costretto il potere delle tonache sciite a dissolversi in un furibondo scontro fratricida, magari sulla spinta di una rivoluzione popolare che non c’è stata. Quantomeno, The Donald era sicuro che gli ayatollah sarebbero corsi con il cappello in mano alla sua corte.

Non è successo nulla, come per una volta la stragrande maggioranza degli analisti aveva predetto senza difficoltà. Eccoci così tornati per magia alle due opzioni di cui sopra e alla scelta pressoché obbligata di mettersi a trattare.

Gratta-gratta, Donald Trump rischia di trovarsi nella medesima posizione del detestato Barack Obama. Non abbiamo la sfera di cristallo ma se alla fine americani e iraniani si dovessero mettere intorno a un tavolo per parlare di controllo del programma nucleare, ispezioni affidate alla Aiea (l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) e cose del genere saremmo esattamente lì dove si era fermato Obama e per Trump parlare di vittoria risulterebbe un puro esercizio di fantasia. L’alternativa sono le armi: per far cosa?

Di Fulvio Giuliani

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