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title: "Ucraina, Trump: “Siamo molto vicini a un accordo”. Il presidente Usa invia gli emissari a Mosca e Kiev. Il Cremlino conferma: &#8220;Witkoff in Russia la prossima settimana&#8221;"
description: "\"Siamo molto vicini a un accordo per l'Ucraina. Stiamo facendo progressi\". A pronunciare queste parole è Donald Trump"
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date: 2025-11-25
modified: 2025-11-26
author: Antonio Pellegrino
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categories: [Esteri]
tags: [esteri, Ucraina]
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# Ucraina, Trump: “Siamo molto vicini a un accordo”. Il presidente Usa invia gli emissari a Mosca e Kiev. Il Cremlino conferma: &#8220;Witkoff in Russia la prossima settimana&#8221;

![Ucraina](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/11/Ucraina-14-1024x639.jpg)

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2025-11-26 07:33:18

2025-11-26 06:33:18

Dalle parole di Trump e dello stesso Zelensky emerge la possibilità di dare una svolta a dei negoziati che in tre anni e nove mesi di guerra in Ucraina non sono mai partiti. Ora si attende Putin

Potrebbe essere IL momento, ma resta fondamentale mantenere il sangue freddo. Ora più che mai.

Resta il fatto che dalle parole del Presidente degli Usa Donald Trump e dello stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky emerge la possibilità di dare una svolta a dei negoziati che in tre anni e nove mesi di guerra non sono mai partiti.

Detto che questa banale e agghiacciante realtà è figlia dell’indisponibilità della Russia a qualsiasi vera trattativa, che non passasse da una resa totale e in buona sostanza incondizionata dell’Ucraina, il sì di ieri al piano americano riveduto e corretto è un fatto che mette a nudo la posizione del Cremlino.

Dopo il fondamentale lavoro diplomatico di Ginevra - che qualcuno si ostina ancora a non vedere e non riconoscere come fondamentale - i 19 punti superstiti sono ben diversi dal piano sotto dettatura russa che gli Usa erano arrivati a un passo dall’imporre con le buone o con le cattive all’Ucraina.

La Russia ha reagito con nervosismo

La diplomazia ha fatto il suo, tanto è vero che la Russia ha reagito con nervosismo palese, uscendo forse per la prima volta allo scoperto.

Sia il ministro degli Esteri Lavrov che il portavoce del Cremlino Peskov hanno dovuto ammettere che per Mosca il piano resta il precedente, vale a dire quello catastrofico figlio del vertice in Alaska.

Ieri (almeno ieri, perché con Trump non è opportuno fare ragionamenti a lunga scadenza) il Presidente degli Usa non è sembrato disposto ad accogliere la posizione di Mosca. Forse per la prima volta, intravedendo che una serie di concessioni all’Ucraina - quelle messe a punto grazie ai vituperati europei a Ginevra - erano la chiave per avvicinare il secondo grande risultato della sua presidenza dopo il cessato il fuoco a Gaza. E ricordiamo che per Trump nulla può contare più di questo.

Guerra in Ucraina, Witkoff vola in Russia

La partita si sposta ad Abu Dhabi, mentre l’onnipresente Witkoff vola da Putin. Gli americani ora trattano con i russi e sarà dura.

di Fulvio Giuliani

Ucraina-Russia-USA, potrebbe essere IL momento

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2025-11-26 07:33:23

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2025-11-26 13:40:42

2025-11-26 12:40:42

Giovedì sarebbe scaduto il ruvido ultimatum di Trump all’Ucraina, sul piano di (falsa) pace: prendere o lasciare. Quel piano non è riuscito a sopravvivere che poche ore e a Ginevra è stato necessario un negoziato, ma non con la Russia bensì fra europei e americani

L’unità occidentale e l’integrazione europea hanno camminato a lungo assieme, tanto che chi si negava all’una poi rinnegava anche l’altra. Oggi, però, è impossibile ignorare che l’avversario dell’unità e dell’integrazione siede alla Casa Bianca. Ciò crea un problema a tutti e uno specifico imbarazzo al governo italiano. Va superato, perché il tempo che viviamo non è fermo e da qui partono scelte che saranno permanenti e determinanti per la sicurezza e per la ricchezza.

Un’antica vocazione della politica estera italiana è quella di tenersi in equilibrio, di far sì delle scelte di campo ma restando aperti all’altro campo. Difatti l’immagine più utilizzata, adottata anche dall’attuale governo, è quella del “ponte”. Tenersi in equilibrio può aiutare a essere talora determinanti, ma comporta il rischio d’essere spesso irrilevanti. Camminare sul displuvio può consegnare l’ebrezza d’essere spartiacque, ma può anche dirsi che ci si trovi sempre in bilico, estranei all’una e all’altra parte.

Domani sarebbe scaduto il ruvido ultimatum di Trump all’Ucraina, sul piano di (falsa) pace: prendere o lasciare. Quel piano non è riuscito a sopravvivere che poche ore e a Ginevra è stato necessario un negoziato, ma non con la Russia bensì fra europei e americani. Alla faccia della fastidiosa gnagnera secondo cui gli europei non contano nulla, il risultato è stato raggiunto: il piano è cambiato quel che basta a non costringere l’Ucraina a respingerlo sdegnosamente. Il cumularsi di tali eventi ha oramai curvato la realtà e generato conseguenze.

Il punto di vista americano è divenuto opposto a quello europeo: il primo molla l’Ucraina pur di fare qualche affare; il secondo vede che mollare l’Ucraina comporta il duplice pessimo affare di essere marginalizzati ed esposti direttamente al pericolo della guerra. Non è che in passato fossero tutte rose e fiori, ma mai si era giunti alla condizione attuale, da corona di fiori.

Questo ha innescato la reazione. Intanto gli europei hanno preso il posto degli americani nel sostegno alla resistenza ucraina, il che ha riunificato la frattura Brexit, creando una cointeressenza continentale su un terreno assai più rilevante delle quattro corbellerie di frontiere e commerci, accostando due potenze atomiche. A noi europei fa impressione parlare di potenza, ma siamo infinitamente superiori alla Russia e di pari stazza con la Cina. Con una popolazione nettamente inferiore.

Inoltre il contesto ha reso evidente che la difesa comune europea non è la solita chiacchiera sulle cose che non si faranno ma la sola difesa possibile, la sola sovranità esercitabile. Tale difesa sta già prendendo corpo, come può constatare chiunque voglia seguire l’attività delle imprese europee della difesa, a cominciare da quelle italiane. La difesa comune non è un battaglione multilingua ma un’industria di spessore e sinergie continentali. A questo si aggiunga l’enorme investimento specifico che la Germania sta realizzando. Tutto questo crea un soggetto politico di peso, un sistema produttivo che non rimane indietro e un mercato economico capace di espandersi.

L’Italia lancia proclami d’unità occidentale e coordinamento europeo. Non poco, dalla bocca di chi fu contrario, ma poca roba e di dubbio significato: andiamo con i Volenterosi ma non ne siamo sostenitori; stiamo con l’Ucraina ma non partecipiamo al fondo Nato (Purl) per armarla; vogliamo la pace ma chiediamo di partire da un piano di resa. Vero che in tutti i Paesi europei ci sono forze simpatizzanti per Putin, ma soltanto da noi sono sia al governo che all’opposizione. Allora, a parte ripetere la un po’ patetica frase «Siamo tornati protagonisti», cosa s’intende fare? Perché barcamenarsi può sì esser un far da ponte, ma può pure capitare che ci si finisca sotto. Perdendo peso politico, coinvolgimento industriale ed economico, tornando pure a essere il terreno in cui le faglie si scontrano. La volta scorsa ci costò una lunga stagione di terrorismo.

di Davide Giacalone

Displuvio

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