Ucraina: nelle città come al fronte
Ucraina, a tenere sotto costante minaccia le città, come quella di Pavlohrad, è l’unica cosa che avanza davvero: la tecnologia
Ucraina: nelle città come al fronte
Ucraina, a tenere sotto costante minaccia le città, come quella di Pavlohrad, è l’unica cosa che avanza davvero: la tecnologia
Ucraina: nelle città come al fronte
Ucraina, a tenere sotto costante minaccia le città, come quella di Pavlohrad, è l’unica cosa che avanza davvero: la tecnologia
Pavlohrad – Sgretolata da bombe, droni a lunga gittata e altri missili russi di vario tipo – fra cui quelli balistici, che mettono a dura prova difese ucraine sguarnite d’intercettori Pac per i sistemi Patriot e di Aster per i Samp/T – questa città si trova ora ad affrontare la minaccia di munizioni circuitanti librate in aria da vettori come Geran’ e Shahed che, svolgendo la funzione di droni-madre, ne librano nell’aria ormai decine ogni giorno.
Non si tratta di soli strumenti di ricognizione o palloni-spia ma di vere e proprie mine volanti che, una volta sganciate, si posano a terra e vi restano finché la vittima designata non ne attiva la procedura d’attacco al suo passaggio. A quel punto il drone s’alza in aria per poi fiondarvisi contro, distruggendola. Per questo motivo i tecnici ucraini stanno sfidando il pericolo, il freddo e il tempo per proteggere almeno l’arteria stradale principale su cui scorre la logistica verso il fronte di Pokrovsk. Lungo quel percorso, villaggi come Dmytrivka, Mykolaivka e Petropavlivka sono quotidianamente tartassati da droni russi d’ogni genere, tanto da dovervi guidare attraverso scrutando ansiosamente oltre alla carreggiata anche i suoi margini e il cielo. Le decine di carcasse di veicoli bruciati ai lati della strada sono un triste monito d’una fine orrenda decisa da killer digitali più che da soldati.
A tenere sotto costante minaccia città come Pavlohrad, che si trovano a un centinaio di chilometri dalla kill zone intorno a Pokrovsk, è infatti l’unica cosa che avanza davvero: la tecnologia. Le truppe russe restano impantanate su quel versante a una cinquantina di chilometri rispetto a dov’erano 12 anni fa ma gli strumenti di cui dispongono permettono invece loro di raggiungere obiettivi fino a pochi mesi fa impensabili. Per capirlo basta una semplice boccata d’aria nei dintorni di Pavlohrad. L’odore acre dell’esplosivo si fonde con quello del carbone, perché gli attacchi russi mirati alle infrastrutture energetiche ucraine hanno costretto al riorientamento verso quella fonte energetica. Tanto che il carbone viene oggi distribuito gratuitamente agli abitanti di distretti come quelli summenzionati, affinché possano scaldarsi alimentando le proprie stufe. Ben pochi edifici nel centro di Pavlohrad sono integri: la maggior parte ha le facciate scrostate da schegge o erose da colpi diretti. I vetri alle finestre e delle vetrine dei negozi sono stati per lo più sostituiti con lastre di compensato oppure sprangati con assi di legno.
Quella che secondo la vecchia concezione delle manovre militari avremmo chiamato ‘linea del fronte’ s’è spostata molto meno di quanto suggerisca la narrativa russa. La capacità di proiezione tecnologica è invece cresciuta esponenzialmente. Questo crea una trasformazione paradigmatica ben visibile a Pavlohrad, che vede appunto estendere il concetto di linea in quello di spazio. L’odore del carbone mischiato a quello dell’esplosivo amplia ulteriormente alla scala temporale tale rappresentazione della guerra moderna: la regressione energetica forzata è infatti un attacco al progresso, non solo alle infrastrutture. Colpire l’energia significa riportare indietro lo sviluppo per ottenere un vantaggio tecnologico. La guerra del XXI secolo è dunque anche industriale. Coerentemente con la nostra esperienza diretta al fronte, in città di retrovia come Pavlohrad si percepisce come la non-linearità della guerra moderna introduca implicitamente una tesi di rottura rispetto al classico pattern: l’avanzata territoriale è oggi marginale in confronto all’espansione tecnologica. Per estendere il raggio della morte, stratificare le emergenze, saturare le difese e imporsi tecnologicamente, già ora non serve più un soldato che spari. Basta un operatore remoto o addirittura un algoritmo. Si colpisce così l’innovazione, per rallentarla: le bombe russe mirano a negare l’energia per rallentare la crescita.
Pavlohrad non è mai stata raggiunta fisicamente da alcun soldato russo: è stata inglobata nello spazio operativo della guerra industriale. Allo stesso modo, mentre le truppe di Mosca restano impantanate nelle stesse pianure del Donbas da oltre un decennio, la tecnologia ridisegna la guerra trasformando progressivamente ogni città ucraina in diverse zone d’uno stesso fronte.
Di Alla Perdei e Giorgio Provinciali
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