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Una pace deve (e può) essere ancora possibile

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Na’ama Barak Wolfman, attivista di Women Wage Peace: «Perché non posso lasciare il mio Paese e non possono farlo i palestinesi»

Una pace deve (e può) essere ancora possibile

Na’ama Barak Wolfman, attivista di Women Wage Peace: «Perché non posso lasciare il mio Paese e non possono farlo i palestinesi»
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Una pace deve (e può) essere ancora possibile

Na’ama Barak Wolfman, attivista di Women Wage Peace: «Perché non posso lasciare il mio Paese e non possono farlo i palestinesi»
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Na’ama Barak Wolfman vive a Gerusalemme, è madre di tre figli ed è un’attivista di Women Wage Peace (Wwp), un movimento pacifista israeliano nato dopo la Guerra di Gaza del 2014. Da nove anni si batte per un «accordo politico bilateralmente accettabile» che ponga fine allo scontro israelo-palestinese. A oltre un mese dall’attacco di Hamas, Na’ama crede ancora che una pace sia possibile. «Prima di tutto deve essere ancora possibile. Non c’è alternativa. Poi aggiungo che può essere possibile, anche se difficile. Il conflitto israelo-palestinese va avanti da decenni, direi da centinaia di anni, sanguinoso, terribile e si ripresenta ciclicamente. Ma sappiamo che nel mondo altri conflitti come questo sono stati risolti, quindi dobbiamo credere che anche questo lo sarà» spiega ancora Na’ama Barak Wolfman. «Io vivo qui, non ho altro posto dove andare. I palestinesi sono qui e anche loro non hanno altro posto dove andare, quindi dobbiamo trovare il modo di vivere insieme. Non posso accettare che si debba vivere per sempre in queste condizioni, combattendo gli uni contro gli altri. Non è un’opzione percorribile per me. Io sono cresciuta qui e vorrei crescere qui i miei nipoti. Io devo combattere per la pace e so che c’è gente, dall’altra parte del confine, che la pensa come me» è l’appello accorato dell’attivista. «Sappiamo che i palestinesi a Gaza stanno soffrendo terribilmente, che la situazione umanitaria è molto difficile, anche per l’elevata densità abitativa. Ma anche che noi siamo vittime dell’oppressione di Hamas, come lo sono gli stessi palestinesi. Da un lato noi dovremmo essere capaci di ‘trattare’ con Hamas. Ma non è possibile farlo sulla base di un dialogo, bensì soltanto a livello militare. Detto questo, dobbiamo anche assicurare la massima tutela alla popolazione di Gaza. Le Forze armate israeliane stanno facendo il possibile perché i civili siano evacuati dalle zone al momento più pericolose, ma Hamas li sta usando come scudi umani. Come Women Wage Peace ci stiamo adoperando per l’arrivo di quanti più aiuti umanitari possibili a Gaza» sottolinea Na’ama Barak Wolfman. Quanto al futuro di Gaza, l’attivista conferma che «Hamas non può essere un interlocutore diretto, ma l’Autorità nazionale palestinese sì. Penso che uno degli errori più grandi commessi dal governo israeliano almeno negli ultimi vent’anni sia di non aver voluto dialogare in modo diretto con l’Anp, chiudendo gli occhi con Hamas, fornendo aiuti senza contrastarla. Così si è rafforzata, indebolendo l’Anp. Ora dobbiamo parlare con l’Autorità nazionale palestinese. Personalmente, spero che questa possa essere un partner reale di Israele». Ma quale futuro per la Palestina? «Non è detto che la soluzione sia quella di due popoli in due Stati o due popoli in unico Stato o una confederazione. Penso che ogni idea meriti di essere discussa. Quello che chiediamo ai leader è di tornare a una negoziazione che rispetti i diritti e abbia come scopo la pace, che porti a una soluzione non violenta del conflitto. Oggi molti pensano che esistano soltanto il bianco o il nero. Io stessa penso che Hamas sia “il nero”, perché è un’organizzazione terroristica e ciò che hanno fatto è indescrivibile per quanto è stato orribile, ma continuo a che a ritenere che i palestinesi non siano solo questo. Ci sono molte sfumature di grigio e molte persone che lavorano per questo (la pace, ndr.)» conclude Na’ama Barak Wolfman. di Eleonora Lorusso

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