L’Unione Europea dei lavoratori
Il futuro dell’Unione Europea, per note ragioni non tutte ascrivibili a suoi meriti, è divenuto argomento di urgente attualità

L’Unione Europea dei lavoratori
Il futuro dell’Unione Europea, per note ragioni non tutte ascrivibili a suoi meriti, è divenuto argomento di urgente attualità
L’Unione Europea dei lavoratori
Il futuro dell’Unione Europea, per note ragioni non tutte ascrivibili a suoi meriti, è divenuto argomento di urgente attualità
Il futuro dell’Unione Europea, per note ragioni non tutte ascrivibili a suoi meriti, è divenuto argomento di urgente attualità. Ed è una fortuna. Perché si smuovono finalmente le acque di un dibattito che era ormai stagnante da tempo riguardo a possibili obiettivi. Come una maggiore integrazione, la difesa comune o una politica estera realmente coordinata, per dirne solo alcuni. Si registra inoltre un incoraggiante aumento di sostenitori della costituzione di una federazione modello Stati Uniti d’Europa.
Ma l’aspirazione verso una rinnovata istituzione è ancora troppo condizionata dal giudizio (sbagliato) sui contenuti di quella che abbiamo avuto finora. Un’Unione che troppi rappresentano come un’istituzione nelle mani di establishment e burocrazia. Un’Europa detestata a destra e a sinistra. Descritta dalle ali più esterne come un apparato di burocrati preoccupati che non si coltivino zucchine troppo lunghe. O come un centro di potere lontano dai bisogni della gente.
Se può sembrare normale che l’afflato sovranista non veda amichevolmente un’istituzione sovranazionale, non può essere così per la sinistra e il sindacato. Al di là della contingente indignazione per il progetto di ‘riarmo’. Perché quell’Unione Europea che per decenni si è preoccupata soprattutto di temi economici, di mercato, di scambi e concorrenza, da molti anni ormai è divenuta la fonte più prolifica di norme sociali. A tutela del lavoro e dei lavoratori.
Le attenzioni dell’Unione Europea alle condizioni dei lavoratori e dei cittadini più deboli
Dalla Carta di Nizza (approvata nel 2000 e inserita nei Trattati nel 2007) al Pilastro europeo dei diritti sociali (che guida le politiche sociali europee), le attenzioni dell’Ue alle condizioni dei lavoratori e dei cittadini più deboli sono in costante ascesa.
Per restare all’Italia. Quasi tutte le norme più significative di tutela del lavoro da un trentennio a questa parte sono state ispirate – quando non obbligate – da atti normativi europei. Si pensi, per fare solo qualche esempio, all’esordio di una disciplina organica e moderna in materia di sicurezza sul lavoro con il decreto legislativo n. 626/1994; alla disciplina sull’orario di lavoro (d. lgs. 66/2003); alle recenti importanti norme di tutela dei lavoratori impiegati nelle piattaforme digitali (direttiva UE 2024/2831) o di contrasto al Gender Pay Gap (direttiva 2023/970).
Certo non si possono citare tutte. Ma si può dire che le più importanti leggi di tutela dei lavoratori italiani dell’ultimo trentennio sono state imposte dall’attuazione di norme di provenienza Ue. E si tratta di disposizioni che si basano sempre su un grande rispetto per le relazioni sindacali. La fondamentale direttiva in materia di contratti a termine (99/70/Ce) è stata originata dal recepimento di un accordo quadro delle principali organizzazioni sindacali europee (Ces, Unice e Ceep). E la recente direttiva sul salario minimo (Ue 2022/2041) affida un rilevantissimo ruolo alla contrattazione collettiva.
Ce ne sarebbero di ragioni, quindi, per indurre anche la sinistra e i sindacati (e certamente anche la destra che si professa sociale) non soltanto a promuovere progetti di integrazione ma anche a valorizzare il ruolo che l’Unione ha avuto fino a oggi nella tutela dei diritti sociali e del lavoro.
di Gaetano Giannì
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