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title: Viaggio a Syunik, il silenzio di un paese
description: "Qui, nella provincia di Syunik, la popolazione è calata del 20% in pochi anni, a causa dei conflitti e della fuga verso altre località."
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date: 2025-07-30
author: Giacomo Ferrara
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categories: [Esteri]
tags: [esteri]
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# Viaggio a Syunik, il silenzio di un paese

![Syunik](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/07/UNA-FOTO-386-1024x639.jpg)

Qui, nella provincia di Syunik, la popolazione è calata del 20% in pochi anni, a causa dei conflitti e della fuga verso altre località

Tegh – **Otto uomini seduti nella piazza centrale vegliano sul silenzio di un paese che appare vuoto. Ogni passo suona violento in questa assenza di rumori.** Nessuno vuole parlare, si scambiano occhiate e fanno melina. Hasmik, che mi accompagna, prova a soffiare sul loro orgoglio: «Non capita tutti i giorni di avere un *reporter* internazionale da queste parti». **«Se è per questo, neppure quelli armeni mettono piede qui» **risponde Artur, l’unico loquace del gruppo. Cede, ci guida pochi metri più in là e giustifica i suoi amici: «**Non parleranno, temono problemi con il governo**». Indica le postazioni azere sulle montagne davanti a noi: «Una volta erano a più di 100 km da qua, ora a poche centinaia di metri. Occupano le terre coltivate dai nostri nonni e – continua – sentiamo i loro spari ogni notte».

**Fino al 2020 la linea di contatto fra armeni e azeri era infatti ai piedi del confine naturale del Piccolo Caucaso, a Est**. Ma dopo la cosiddetta guerra dei 44 giorni, le Forze armate dell’Azerbaigian avevano circoscritto la presenza armena nel Karabakh montuoso alla sola *enclave* dell’autoproclamata Repubblica dell’Artsakh. Quest’ultima era collegata alla Repubblica di Armenia da un corridoio – garantito dai russi fino al 2023 – che coinvolgeva anche Tegh. **Qui, nella provincia di Syunik, la popolazione è calata del 20% in pochi anni, a causa dei conflitti e della fuga verso altre località. Chi resta ha paura di perdere il poco che ha. «Abbiamo un pezzo di terra. **Possiamo coltivare patate e qualcosa per l’inverno. In città (a Yerevan) cosa andremmo a fare?» sostiene Artur.

**Le grida di bambini che giocano più in là rompono la quiete di Tegh. La gioia per un *goal* si riconosce ovunque e in qualunque lingua.** Hanno dai 9 ai 14 anni e corrono su un campetto di cemento coperto da teli di sintetico consumato. Tra quelli in panchina c’è Gayane, 10 anni. Vorrebbe diventare una dottoressa, ma non qui. Sogna Yerevan.** In campo Samvel, 12 anni, sfida da solo Movses (14) e Vardan (10). «Vuoi fare il calciatore?» gli chiediamo.** Fa spallucce, dribbla Movses e segna. In dieci minuti si è portato sul 4 a 1. Movses e Vardan vengono ‘salvati’ da un improvviso acquazzone. Tutti scappano, tranne gli uomini che ci avevano accolto all’arrivo**. Sotto una tettoia anche loro giocano. Forse a morra, forse a carte. Non sono più silenziosi.**

**L’unico riparo per noi è a una ventina di metri dal campetto: un ombrellone di lamiera all’interno del cimitero dei caduti fra il 2020 e il 2023.** Scorrendo le lapidi, il più vecchio aveva 32 anni e il più giovane 19. Sotto un altro ombrellone si ripara una signora accompagnata da due bambine. **È una dei 120mila rifugiati dell’Artsakh, quell’*exclave* armena sgomberata con la forza dall’esercito dell’Azerbaigian tra il 19 e il 20 settembre 2023: la fine della presenza millenaria armena nel Nagorno-Karabakh. **La signora dice di avere quattro figli e che il marito fa la sentinella in una delle forze di difesa locale: «È l’unico introito della nostra famiglia».** E per far quadrare le cose, anche loro coltivano patate.**

**Incurante della pioggia, ci raggiunge Armine, molto attiva in paese.** Anche lei segnala che da Tegh si sentono gli spari dei soldati azeri «ogni notte a orari fissi: alle 22.20, alle 23.00, a mezzanotte, a mezzanotte e venti, alle 2.00 e alle 4.00». **Dice di averci fatto l’abitudine. La preoccupa di più il taglio dell’Usaid, l’agenzia Usa pressoché smantellata dal (fu) duo Trump-Musk. **«Una telefonata un venerdì ci anticipava che lunedì avremmo ricevuto una *mail* per ufficializzare la cancellazione dei fondi», sgrana gli occhi come fosse ora. «Mettevamo a terra molti progetti di sviluppo per contenere lo spopolamento. **Abbiamo dovuto ridimensionare tutto. Ora sarà davvero difficile».**

**Nel confronto successivo con Hasmik, figlia di questa provincia, è chiaro che neppure lei fosse fino in fondo a conoscenza della pressione azera su questa linea di confine**. Il silenzio iniziale del ‘comitato di benvenuto’ di Tegh trova un senso.

di *Giacomo Ferrara*
