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20 anni dopo

Per anni ci siamo portati dietro polemiche dissennate sull’Euro tra chi dice che ci abbia salvati, chi impoveriti. Poco importa. A 20 anni esatti dall’Euro, è al futuro che ora serve guardare: approfittando dei bassi tassi d’interesse per ridurre la spesa corrente e far correre l’economia.

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Fra gli applausi e gli insulti, fra il giubilo e le maledizioni, per una lunga stagione si son fatta guerra due mitologie. Entrambe fuori dalla realtà. L’euro non ci ha arricchiti e non ci ha impoveriti. È stata una scelta saggia e, con il senno di poi, ci ha messi in sicurezza e, per molti aspetti, salvati. Ma è avanti che si deve guardare, anche perché di errori se ne sono commessi e sarebbe meglio non ripeterli. Per anni ci siamo portati appresso polemiche inutilissime e dissennate.

C’erano in giro soggetti buffi che prima s’esercitarono a sostenere che in Italia di monete ce ne dovessero essere due, una per il Nord e l’altra per il Sud; poi, con eguale enfasi alticcia, presero a sostenere che se ne doveva avere una, nazionale, tricolore, svalutabile, purché non fosse l’euro, purché s’uscisse dall’Europa.

Com’essi erano usciti di senno. Di quelle chiacchiere perse s’è smarrita anche memoria, essendo oggi fra i sostenitori del governo più europeista, guidato da quello che consideravano il demonio, presidente dell’odiata Banca centrale europea. Così va il mondo, dalle parti dei saltimbanchi.

Per quanti sanno solo preveder disgrazie e campano narrando inesistenti declini, valga un fatto: nel 1999 si partì in 11; ad avere le prime banconote in tasca, 20 anni fa, nel 2002, fummo in 12; ora siamo in 19. 360 milioni di cittadini.

Tanto male non è, se crescono gli associati e non esistono i dissociati. In mezzo non sono mancati i trambusti e una gravissima crisi dei debiti, non solo brillantemente affrontata, ma nel corso della quale si è letteralmente salvata la Grecia da una bancarotta indotta dall’avere loro barato sui conti. I greci sono salvi perché dentro l’euro. Il resto sono bubbole per stolti non frequentanti la ragione.

Stolti, però, furono anche quelli che ritennero l’euro avrebbe portato ricchezza in sé o, come si disse, avrebbe consentito di lavorare meno (qui, dove si lavora già meno della media europea!). Sciocchezze.

La moneta comune ha portato stabilità e bassi tassi d’interesse, reso più accessibili i mutui e il finanziamento all’impresa, tenuto a bada i prezzi, ma non è alla moneta che si può chiedere di fare le politiche e le riforme necessarie.

Specie se un Paese già altamente indebitato anziché approfittare dei tassi bassi per far scendere il debito ne approfitta per farlo salire (stagione pandemica esclusa dal ragionamento) e lo utilizza per far veramente lavorare meno. Si sono così coltivate due opposte incoscienze: quella di chi pretendeva che la dissipazione fosse libera da vincoli esterni (e sempre un grazie a Guido Carli, che proprio su quelli puntò) e quella di chi pretendeva che si potesse dissipare grazie ai vincoli esterni che proteggevano. Non è affatto un caso che si siano ritrovati soci nel club dei bonus a nulla.

20 anni dopo saranno ancora assieme e li ritroveremo affratellati, nel corso del 2022, a chiedere che si alzi il già alto debito, in un tropicale fiorire di buone ragioni per spendere i soldi del contribuente futuro.

Invece si sarebbe dovuto fare da 20 anni quel che si spera si sia capaci di fare ora: approfittare dei bassi tassi d’interesse per concentrare la spesa negli investimenti e nel far correre il mercato produttivo, in questo modo compensando la riduzione e la riqualificazione della spesa corrente, come gli scompensi che inevitabilmente accompagnano riforme profonde: dall’istruzione al mercato del lavoro, dal diritto fallimentare alla giustizia.

Abbiamo perso 20 anni appresso a dissipatori falsamente contrapposti. La colpa dell’euro è che, se non ci fosse stato, la bancarotta li avrebbe fermati. Purtroppo travolgendoci tutti, quindi meno male che l’euro c’è. Ma basta con quell’andazzo. E, per dirla tutta, la legge di bilancio appena approvata non è bastevole.

 

Di Davide Giacalone

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