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Abbagli al buio

In economia, come nella vita, la sola cosa che conta è trovare l’equilibrio fra trionfi e sconfitte. Nel 2021 abbiamo fatto bene ma è importante farsi trovare pronti anche alle ombre che incombono all’orizzonte.

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Che ci siano luci e ombre è normale. L’importante è che le luci non abbaglino e le ombre non accechino; in altre parole: è importante che non si finisca preda dell’euforia o del terrore, del trionfalismo o del catastrofismo. Come capita a chi vede solo le une o le altre.

Anche a novembre la nostra produzione industriale è cresciuta dell’1,9%, con un risultato migliore di quello raggiunto in Francia o in Germania. A trascinare la risalita – che ci porta poco sopra la situazione pre Covid – il settore farmaceutico, quello alimentare e la costruzione di macchinari. Sono i nostri pezzi forti, anche se, quando si parla di Made in Italy e di esportazioni molti pensano alla moda. C’è anche quella, per ora in coda. Quindi ci siamo e il 2021 è andato bene. Ma non è saggio continuare a guardare il sole o gli abbaglianti. C’è anche il resto.

All’asta di giovedì i Btp hanno fatto registrare un rialzo dei tassi d’interesse. Il nostro debito pubblico è protetto dalla Banca centrale europea e dalle istituzioni europee, che tagliano le fiamme della speculazione. La sua scadenza media non è a breve termine, il che lo dobbiamo alla professionalità di chi direttamente lo amministra presso il Ministero dell’Economia e delle finanze, sicché continueremo a chiedere liquidità in prestito al mercato, ma non troppa e non con il coltello alla gola. Inoltre siamo il solo Paese che ha chiesto di avere l’intera posta di prestiti previsti da Next Generation Eu, il che comporta la possibilità di fare investimenti pagando pochissimo il denaro che utilizzeremo. Anche se, su quest’ultimo punto, non è confortante vedere una politica che di tutto si occupa tranne che di chiarire ai cittadini come intenda assicurare la stabilità necessaria non da qua a tre mesi, ma a tre anni, oltre le elezioni del 2023, senza la quale va tutto all’aria.

Anche se la lancetta dello spread talora trema, non c’è un problema debito immediato. Ma mica significa che non ci sarà. L’inflazione statunitense è al 7% e la Federal Reserve già muove i tassi d’interesse. La Bce lo esclude, ma non basta volerlo, si deve anche poterlo fare. Le cose si muovono e non è affatto detto che il nuovo presidente socialdemocratico della Bundesbank, la Banca centrale tedesca, sia più conciliante del suo predecessore, cristianodemocratico.

E poi c’è la realtà interna. Con la fine delle moratorie le imprese devono tornare a onorare i loro debiti, pagando alle banche i relativi ratei. Le banche vivono nella paura che una quota crescente di non restituzione faccia crescere i crediti deteriorati, mettendo in affanno i loro conti. Lo Stato, a sua volta, è bene tema che le banche si muovano per escutere le garanzie pubbliche, date nella stagione delle chiusure, perché significherebbe un costo diretto per la spesa pubblica (le sofferenze attuali sono valutabili nell’intorno dei 10 miliardi). E tutto questo spinge a chiedere di prolungare garanzie e moratorie. Ma è come se sperassimo che la pandemia non se ne vada mai, come se la Covid economy possa essere il baccello in cui alloggiare il pisello del futuro. E questa sarebbe una follia.

Non sono le ombre dell’economia a spaventare, ma il volere chiudere gli occhi. Il Pusp, Partito unico della spesa pubblica, s’è subito ricompattato nel chiedere ulteriori scostamenti di bilancio, quindi più deficit, che diventa più debito, sommandosi al mostruoso che già abbiamo. E c’è sempre un nobile motivo per spendere, dalle bollette alle imprese da salvare, ovviamente citando l’occupazione. Ma di debiti non è mai diventato ricco nessuno e a governare spendendo son capaci tutti. Tanto è vero che ci sono finiti molti incapaci a tutto. Però questa sarebbe la morte della politica, della capacità di scegliere e di guardare al futuro.

L’orizzonte del Colle non va oltre qualche giorno. Ma non possiamo continuare ad avere orizzonti che caschino sulla punta delle scarpe. L’Italia che corre guarda assai oltre.

 

di Davide Giacalone

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