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Atterrati

Ita è finalmente pronta a decollare ma non mancano proteste e tanti dubbi. Questa compagnia nasce dalle ceneri di Alitalia, distrutta da anni di gestione completamente fallimentare e spesso superata anche da compagnie low-cost come RyanAir. Ci si prepara ad una grande sfida.

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Le sensazioni non sono buone. Nei giorni che dovrebbero essere segnati da un sano entusiasmo per l’avvio della società chiamata a raccogliere l’eredità, comunque la si pensi, di uno dei brand più longevi e gloriosi dei cieli, dobbiamo registrare uno stanco ripetersi delle solite rivendicazioni e proteste.

Come se il tempo non fosse mai trascorso, come se Alitalia non fosse stata soffocata da anni di gestione inefficiente e sprecona, anche a causa di un mercato del lavoro interno surreale. Indifferente al conto economico, all’andamento dell’azienda, ai mutamenti del mercato. In definitiva, allo scorrere del tempo.

Nonostante le dure lezioni apprese (in realtà mica troppo, visto quello che sta succedendo) e dopo aver sperperato montagne di denaro pubblico, l’ennesimo tentativo di salvataggio viene accompagnato da recriminazioni, blocchi e proteste completamente insensati.

Una compagnia che non ha ancora tecnicamente gli aerei a disposizione, non ha selezionato i dipendenti e soprattutto a oggi non ha un mercato che garantisca la sostenibilità dell’attività, si trova già davanti a richieste contrattuali ed economiche irrealistiche.

Non possono più esserci dubbi: i troppi anni passati al capezzale di un’azienda decotta, la devastante abitudine di pompare denaro dei cittadini nelle casse Alitalia – prosciugate da fallimenti industriali e da un perverso sistema di voto di scambio – hanno assuefatto all’idea che tutto si possa pretendere.

Il presidente esecutivo di Ita, Alfredo Altavilla, individuato come la persona adatta a impostare questo complesso decollo, farà bene a non cedere di un passo. Perché l’alternativa è far pensare che si possa (incredibilmente) andare avanti come se nei cieli volasse solo l’Alitalia degli anni dello spreco.

La realtà è esattamente opposta: Ita nasce in condizioni di oggettiva inferiorità, rispetto alla quasi totalità della concorrenza. In termini industriali, come già scritto dal nostro giornale, avere inizialmente a disposizione 52 aerei significa lanciare una scommessa perlomeno temeraria. Nelle attuali condizioni di mercato, non sono numeri in grado di garantire la sopravvivenza, a meno di non pensare a una compagnia poco più che regionale.

Che lo dica Michael O’Leary, patron di Ryanair e storico avversario degli aiuti pubblici ad Alitalia, può apparire scontato e strumentale. Eppure, noi ascolteremmo con rispetto e attenzione un uomo capace di creare quel tipo di azienda, certo non priva di controindicazioni e criticità nella gestione del personale e nei rapporti con il territorio, ma che ha di fatto imposto a tutti i player del settore un modo diverso di aggredire il mercato.

Purtroppo, ricordiamo molto bene i vertici di Alitalia prima guardare con la puzza sotto il naso il fenomeno Ryanair e low cost in generale e poi correre con il cappello in mano a Palazzo Chigi, per implorare gli aiuti pubblici. Così, mentre bruciavamo denaro e una grande storia, Ryanair diventava la compagnia numero due d’Europa, quanto a passeggeri trasportati. Negli stessi anni Alitalia si avviava gloriosamente alla dissoluzione.

Dare una chance a Ita non deve significare concedere l’ennesima a chi ha dimostrato di avere a cuore solo sé stesso e non l’(Al)Italia.

 

di Fulvio Giuliani

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