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Vladimir Putin ha alzato ancora una volta la posta. La sua è una guerra al nostro mondo e a noi non resta che usare l’arma di sanzioni sempre più severe, come il taglio al gas russo.

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Vladimir Putin ha alzato ancora una volta la posta. Dal 24 febbraio – in realtà da ben prima con la progressiva e studiata escalation contro l’Ucraina – il dittatore di Mosca continua a spostare sistematicamente un po’ più in là l’orizzonte della sua sfida all’Occidente. Se appare ormai acclarato il fallimento di qualsiasi strategia militare sul terreno, in una guerra tramutatasi in azione bestiale oltre che illegale, lo spirito ultimo delle mosse dello zar resta sempre lo stesso.

È una guerra al nostro mondo, ai nostri valori, ma anche alla globalizzazione e a un sistema di interscambio economico basato su un principio cardine: ci sono sistemi politici in cui non ci riconosciamo e con cui facciamo affari con puro spirito di realismo, ma sempre nell’alveo del diritto internazionale. Fuori da questo ambito, c’è l’inciviltà eletta a metodo, accompagnata da violenza, sopraffazione e negazione dei diritti fondamentali dell’individuo e dei popoli. Una piattaforma irricevibile.

Con l’aggressione all’Ucraina e la conduzione della sua guerra, Vladimir Putin si è posto fuori dal consesso civile oggi e per sempre, chiamando la nostra parte di mondo a scelte di grande delicatezza. Perché non possiamo fare la guerra, men che meno la Terza guerra mondiale. Non ci resta che usare l’arma di sanzioni sempre più severe. La più dura e devastante delle quali – chiudere i rubinetti del gas russo, senza aspettare che sia Mosca a farlo – ha rilevanti costi economici e politici anche per chi dovesse usarla. Un’arma oltretutto potenzialmente divisiva, per i diversi interessi dei Paesi alleati e le conseguenze di scelte che oggi paghiamo amaramente. Noi italiani in prima fila.

Rinunciare al gas e alle altre materie prime russe resta una montagna da scalare, necessita di tempo e mette a rischio le nostre economie, proprio quando sembravano aver ingranato le marce alte dopo lo shockpandemico. Non a caso, Putin cerca ostinatamente proprio il punto di rottura del fronte occidentale, quel cuneo che possa far saltare l’unità degli europei e regalargli – ben oltre gli sconfortanti negazionisti che generano al più ribrezzo, compatimento e mai potranno mutare l’indirizzo dei governi – quella vittoria politica che sta disperatamente cercando per uscire dal disastro in cui si è andato a ficcare.

Le sfide dei cinici di professione sono sempre le peggiori, perché giocano con freddezza sulle sensibilità e sulle umane debolezze del fronte avverso. Pensate ai civili usati come ostaggi e ai massacri che non hanno nulla di casuale. Putin è stato allevato alla scuola del cinismo elevato ad arte, quella del Kgb. È sempre lui, il tenente colonnello devastato dalla caduta del Muro quando era a capo della sezione dei servizi moscoviti a Dresda. Conosce bene le nostre debolezze e ha visto negli anni genuflettersi molti leader o aspiranti tali dell’Occidente. Solo che ha finito per confondere guitti e parassiti con l’anima più profonda delle democrazie. È partendo da qui che possiamo vincere. Per parte nostra, non c’è il minimo dubbio che riusciremo a farlo: come sempre nella storia, i dittatori credono di essere i più forti e investiti di un destino messianico. Si autoalimentano della convinzione di poter disporre a piacimento delle democrazie, nella loro testa invariabilmente corrotte, debosciate e decadenti. È incredibile come ci caschino tutti, ripetendo gli errori dei loro epigoni, compresi quelli finiti appesi a testa in giù, rintanati come topi in un bunker o inseguiti nel deserto da folle inferocite. Non imparano mai, perché prima o poi finiscono per non ascoltare più nessuno se non servi e lacchè.

Cosa li manda fuori giri? Unità e scelte compatte, per quanto dolorose e costose. Ecco perché dobbiamo prepararci a gestire anche l’embargo del petrolio e del gas, altrimenti l’indignazione per Mariupol o Bucha finiranno per essere solo urla alla luna.

di Fulvio Giuliani 

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