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Bombe per affamare la popolazione

Dove non si muore per le bombe, si rischia di morire di fame e di sete. Uno degli obbiettivi dei soldati russi, che da tempo non sembrano più avere alcuna strategia militare, è quello di distruggere i depositi dove si trovano le derrate alimentari destinate ai civili.

Dove non si muore per le bombe, si rischia di morire di fame e di sete. Mentre il mondo spera in uno spiraglio per la pace, la situazione per chi non è riuscito a scappare dall’Ucraina resta drammatica. Perché un altro degli obbiettivi dei soldati russi, che da tempo non sembrano più avere alcuna strategia militare, è quello di distruggere i depositi dove si trovano le derrate alimentari destinate ai civili. Le immagini di chi documenta quello che sta accadendo mostrano magazzini ridotti in cenere, capannoni che contenevano ortaggi e altri generi di prima necessità rasi al suolo, trattati come fossero obbiettivi militari.

Lo sappiamo, è così che Putin sta cercando di piegare una nazione che resiste al di là di ogni pronostico. Un disegno di morte deliberato, una mossa scellerata che di contro tradisce l’estrema difficoltà a livello strategico. Resta comunque fondamentale mantenere alta l’attenzione sulla popolazione, in molti casi ridotta allo stremo. Come quella famiglia che a Zaporizhzia è costretta a vivere in auto, dopo che la loro casa è stata bombardata. Madre, padre e tre bambini, a cui resta solo quella macchina su cui campeggia la scrittabambini”. La stessa che era stata tracciata a caratteri cubitali davanti al teatro rifugio di Mariupol, che i russi hanno comunque distrutto.

Gli ucraini in fuga continuano a sperare che si ritrovi almeno la pietà nei confronti dei più piccoli. Uno di loro ha mandato un commovente messaggio ai nostri bimbi, raccontando quanto siano fortunati a vivere in Italia. A non dover sentire il rumore delle sirene e delle bombe, a non aver dovuto salutare il proprio padre andato a combattere.

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Intanto è stata aperta la prima indagine ufficiale in Ucraina sui presunti stupri commessi dai soldati russi: un passo fondamentale perché davanti al Tribunale penale internazionale si possano inchiodare alle loro responsabilità Putin e i suoi generali. Finora a raccontare quelle storie erano state delle deputate, ma adesso c’è una donna che ha denunciato e che ha raccontato di come il marito sia stato ucciso e poi i russi si siano accaniti su di lei. Un racconto sconcertante, anche perché la violenza sarebbe avvenuta con il figlio di quattro anni in casa. «Mi hanno stuprata uno dopo l’altro. Non gli importava che mio figlio fosse nel locale accanto. Mi hanno detto di farlo tacere e di tornare. Mi hanno tenuto la pistola puntata in testa tutto il tempo, dicendo “La uccidiamo o la teniamo in vita?”».

Uomini che si comportano come boia, un intero popolo in balia di questi orrori e che trova il coraggio e la forza di non piegare la testa, e persino di portare la propria testimonianza. È anche per questo, per quello che il popolo ucraino tutto sta mostrando a tutti noi, che li sentiamo così vicini. Pur nella disperazione di aver perso ogni cosa, di aver visto distrutto in pochi attimi ciò che avevano costruito in una vita intera, raramente li abbiamo sentiti pronunciare parole di odio.

Incredibilmente coscienti di come non vi sia, in Russia, una nazione intera contro di loro e di come quello che sta accadendo sia piuttosto il frutto di una mente ossessionata dalla volontà di dominio. Eppure i segni di tutto questo resteranno a lungo. Non solo nelle città distrutte, non solo per il dramma di chi ha perso un parente o un amico ma anche nel rapporto fra due nazioni che non saranno mai più le stesse.

 

di Annalisa Grandi

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