Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha finalmente rilasciato una dichiarazione autentica, sincera, veritiera e inappuntabile. Il capo della diplomazia russa ha affermato che lo scopo della guerra in Ucraina è sancire la nascita di un nuovo ordine internazionale e di accompagnare al tramonto il vecchio sistema americano-centrico sorto dopo lo scioglimento dell’Urss nel 1991.
Finalmente il Cremlino si espone in maniera diretta sull’argomento, palesando una verità ormai nota da anni e lanciando l’ennesimo guanto di sfida a Washington nella consapevolezza di avere Pechino al proprio fianco. Infatti, anche la Cina intende accelerare il declino dell’unilateralismo statunitense e propone una visione del mondo apparentemente multipolare e diviso in sfere d’influenza, esattamente come vorrebbe la Russia. Tuttavia, il multilateralismo russo è difensivo e vede nella “sfera d’influenza” l’esercizio di un diritto di proprietà su una certa porzione del mondo. Mosca vuole la divisione del mondo in cottage esclusivi perché dispone di poche risorse per espandersi e non vuole svenarsi per difendere il proprio spazio di sopravvivenza. Al contrario, il multilateralismo cinese è espansivo e viaggia lungo i canali commerciali della nuova Via della Seta, della penetrazione finanziaria in Occidente, della diffusione delle reti 5G e del monopolio nel settore delle terre rare. Il multilateralismo cinese è la certificazione che Washington non può più fare l’arbitro del mondo da sola e che la globalizzazione non deve solo parlare inglese.
La partita sul futuro dell’ordine mondiale si gioca proprio in Ucraina e tutte e tre le parti in causa lo sanno benissimo. L’esito del match non deriverà soltanto dal campo di battaglia (chi vince la guerra) ma soprattutto dal terzo tempo (quali saranno le condizioni e i contenuti della pace). La Russia non si siederà al tavolo dei negoziati finché non avrà conquistato il Donbass, che rimane l’unico obbiettivo territoriale concreto dopo il fallimento dell’offensiva su Kiev e la mancata destituzione di Zelensky. A quel punto, Mosca renderà concrete le sue condizioni: neutralità dell’Ucraina, riconoscimento della Crimea e delle repubbliche del Donbass ‘allargate’ con Kherson e con il corridoio di Mariupol. In cambio potrebbe concedere la possibilità di una Ucraina armata, parte dell’Unione europea e la cui integrità territoriale (residua) sarà garantita da un pool di Paesi a scelta, tra cui Stati Uniti, Germania e forse Italia. Tuttavia, i problemi non sarebbero risolti perché bisognerebbe capire di quali armamenti l’Ucraina potrebbe dotarsi (Putin non vedrebbe di buon occhio sistemi missilistici in grado di colpire il territorio russo) e, soprattutto, bisognerebbe vedere come cambierebbe la cartina europea con Svezia e Finlandia nella Nato. Infatti, dal 24 febbraio scorso, a Stoccolma e Helsinki hanno cominciato a mettere in discussione la neutralità proprio perché non si fidano più della Russia.
In sintesi, ci sono molteplici soluzioni ideali al conflitto, infinite combinazioni e diverse alternative per costruire la pace. Purtroppo nessuno degli incastri riesce ad accontentare i contendenti né permette loro di salvare la faccia sul fronte interno. Insomma, la famosa win-win situation (almeno nelle apparenze) è ancora lontana. Parallelamente, la crisi ucraina si incancrenisce e manca di quell’evento militare decisivo in grado di orientare il negoziato in una direzione o nell’altra. Purtroppo per tutti il campo di battaglia conta ancora di più di quello dei negoziati. L’offensiva del Donbass potrà darci qualche certezza maggiore.
di Marco Di Liddo, Analista CeSI
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