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Evviva Belmondo, un attore che ha fatto della libertà il proprio copione

In morte di Jean-Paul

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È morto Jean-Paul Belmondo. Potremmo scrivere un coccodrillo, come tanti: quanti anni aveva, le donne che ha amato, i suoi film migliori, una vita mai noiosa, o così almeno ama credere il pubblico quando si trova davanti una star, un uomo (o una donna) in carne e ossa che impersona i sogni mai vissuti e i desideri mai consumati.

E invece per celebrare Belmondo, che con Alain Delon ha segnato i film scanzonati dei francesi e della mala quando fare cinema voleva dire fottersene del politicamente corretto, noi scegliamo due attori italiani.

Scegliamo il ricordo che nel 2000, alla morte di Vittorio Gassman, scrisse di getto e senza infingimenti Carmelo Bene: «Ognuno di noi si trascina un’esistenza di troppo. Lui anche due. Di Vittorio non hanno mai capito niente. Troppo intelligente per essere un attore. M’interessava quel suo furioso darci dentro nel nulla. Scatenava i suoi mezzi straordinari per coltivare l’inattendibilità».

Quale miglior ritratto della vita di un attore, un uomo che incarna il bene e il male, e lo fa per mestiere? Non tutti i grandi attori hanno avuto la fortuna (i più scaramantici dei nostri lettori preferiranno una s davanti alla fortuna) di Edmund Kean, quella di morire in scena mischiando realtà e recitazione. Perché una vita non basta mai: ne servirebbero dieci, cento, mille. E non per essere migliori ma per sbagliare ancora.

In questi giorni in cui si tiene la Mostra del cinema di Venezia la morte di Belmondo è, a suo modo, un contrappasso. Nel 2016 proprio in Laguna gli avevano assegnato il Leone d’oro alla carriera. Un monumento in vita, prima della fine. Funziona così quando i miti sono carenti e si cerca sempre qualcuno cui tributare una celebrazione. Ha detto il poeta russo Majakovskij «Mi servirebbe un monumento da vivo» ma cambia poco, anche se te lo fanno.

Belmondo è stato tante cose, soprattutto la libertà di essere sé stesso. Dai film di Jean- Pierre Melville a “Borsalino” di Jacques Deray, sulla mala di Marsiglia, interpretato assieme a uno straordinario Alain Delon, Belmondo è il nostro disincanto. Lui che dopo aver interpretato “Fino all’ultimo respiro”, capolavoro di Jean-Luc Godard, ha detto: «Mi piaceva questa idea di totale libertà, l’improvvisazione, il fatto che non ci fosse una vera sceneggiatura con le battute precise da imparare a memoria e che io potessi lasciarmi andare all’istinto, come veniva. Il giorno prima delle riprese ho chiesto a Godard se almeno avesse un’idea di quello che voleva fare. Mi ha dato una risposta che mi ha riempito di entusiasmo: “No”». Perché la libertà è questo.

Peccato che in fin dei conti – dopo tanti film, donne, successi, critiche e trionfi – abbia sempre ragione Boris Pasternak con il suo pessimismo da bravo scrittore: «La vecchiezza è una Roma senza burle e senza ciance che non prove esige dall’attore ma una completa e autentica rovina».

 

di Massimiliano Lenzi

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