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Il dolore non piega la dignità

In Ucraina ormai non ci sono più zone sicure: tutto è un potenziale obbiettivo di violenze insensate. Eppure, nonostante la disparità di forze, la resistenza del popolo ucraino persiste e ci dà un grande insegnamento.

Non è un’immagine solo tratteggiata, come tante che fino a oggi avevamo visto. Molti media avevano scelto, consapevolmente e comprensibilmente, di non mostrare le foto dei morti nel conflitto ucraino. Ma la guerra è questo e lo racconta lo scatto straziante di un padre in lacrime davanti al corpo del figlio. Quel ragazzo avvolto in un lenzuolo sporco di sangue si chiamava Ilya, viveva a Mariupol. È stato colpito mentre stava giocando a calcio insieme a due suoi amici, vicino alla loro scuola. Aveva solo 16 anni.

Non c’è nulla di accettabile, nulla di sensato, nulla che non sia orrore puro nella morte di un ragazzino che si stava affacciando alla vita. Che provava a trovare un po’ di sollievo in questi giorni tremendi, tirando calci a un pallone. Sembra un incubo che non finisce. Dopo due anni di pandemia passati a contare le vittime ci ritroviamo ancora lì, ad assistere impotenti alle lacrime e allo strazio, questa volta causati però da scelte scellerate che non possono lasciare indifferenti. A Kharkiv, una delle aree più bombardate in questi giorni, solo ieri le vittime sono state 2mila. Tra loro 100 bambini. Ed è morto anche il fratellino di 5 anni di Polina, la piccola che viaggiava insieme alla sua famiglia in auto e si è ritrovata al centro di un conflitto a fuoco. Di quella famiglia, rimane solo la sorella più grande, Sofia, di 13 anni. Anche i loro genitori sono morti.

Così come assurda e folle è la morte di un dog trainer, crivellato dai colpi dei russi mentre cercava di scappare dall’Ucraina insieme ai suoi due esemplari di pastore tedesco. Uno dei due cani è sopravvissuto, l’hanno trovato che vegliava il corpo del padrone. Ed era tornato a Kiev per portare via i suoi cani un altro ucraino, fermato in una strada di campagna dai soldati russi. Con lui il figlio, che in un video riprende la sequenza di colpi che crivellano la loro auto. E poi il gemito dei cani, il tentativo di nascondersi. Inutilmente.
«Non morire, ti prego» implora il ragazzo rivolto al padre gravemente ferito. Una preghiera purtroppo vana.

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Istantanee e racconti che commuovono, mentre fanno capire che non c’è più linea di separazione agli occhi dei militari russi fra chi deve vivere e chi deve morire. Si spara e basta. Si uccide tanto per uccidere. A Dnipro i feriti vengono lasciati per strada, dove sono stati colpiti. E non perché nessuno li voglia soccorrere, ma perché non esistono più corridoi sicuri. Tutto è diventato un potenziale obbiettivo.

Per fortuna anche in Russia c’è chi si ribella, come i giornalisti dell’emittente indipendente tv “Rain”, già bloccata nei giorni scorsi perché secondo il Cremlino incoraggiava le proteste. L’intero staff ha deciso di abbandonare lo studio e interrompere le trasmissioni per far capire che no, loro non si piegheranno alle pressioni e alla volontà di Putin di mettere a tacere il dissenso. Di contro, nelle scuole si usa un cartone animato per convincere i bambini che questo conflitto è in fondo colpa dell’Ucraina, dipinta come un bambino che a un certo punto inizia a frequentare cattive compagnie e a diventare violento.

Insomma, la Russia si adopererebbe per disarmare e riportare la pace, stando alla versione che viene propinata ai più piccoli. Bugie, ovviamente, che stridono e rendono ancora più evidente il contrasto con l’orgoglio che tutto il popolo ucraino sta mettendo in campo. Nonostante la disparità di forze. L’ultimo esempio arriva dai militari della marina che hanno affondato la loro nave ammiraglia per impedire che finisse in mano ai russi.

Una prova di coraggio simile a quello che dimostra ogni giorno il presidente Zelensky. E
che ci fa sentire minuscoli, davanti alla grande prova di dignità di un’intera nazione.

 

Di Annalisa Grandi

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