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Il terrore

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Per Putin uccidere i civili è diventata una strategia deliberata. A Mariupol così come nel resto del Paese, per ribadire con il sangue e la morte che l’alternativa al piegarsi al suo volere è vedere morire migliaia di innocenti.

Il terrore

Per Putin uccidere i civili è diventata una strategia deliberata. A Mariupol così come nel resto del Paese, per ribadire con il sangue e la morte che l’alternativa al piegarsi al suo volere è vedere morire migliaia di innocenti.
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Il terrore

Per Putin uccidere i civili è diventata una strategia deliberata. A Mariupol così come nel resto del Paese, per ribadire con il sangue e la morte che l’alternativa al piegarsi al suo volere è vedere morire migliaia di innocenti.
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Pochi giorni fa le telecamere che erano entrate nel teatro di Mariupol avevano immortalato i volti di chi lì si era rifugiato. Donne, anziani e tanti bambini che correvano e giocavano, cercando una specie di normalità in quello che da luogo di svago era stato trasformato in un rifugio. Quel posto aveva resistito alle bombe della Prima e della Seconda guerra mondiale. È diventato un cumulo di macerie, sotto i bombardamenti russi. Solo i sotterranei hanno resistito e lì si trovavano quelli che sono riusciti a salvarsi. Il resto è stato raso al suolo, nonostante quella scritta in russo – “Bambini” – tracciata in bianco in modo che si potesse vedere dal cielo. È la stessa scritta che tanti ucraini in fuga avevano attaccato sui vetri delle loro auto, sperando che resistesse, nell’esercito di Putin, un ultimo baluardo di umanità. Sperando che almeno contro i più piccoli non si aprisse il fuoco, non si sganciassero bombe. E invece è accaduto l’esatto contrario: uccidere i civili è diventata una strategia deliberata. Criminale, eppure fatta per portare lo scontro a un livello ancora più alto. Per ribadire, con il sangue e la morte, che l’alternativa al piegarsi al volere di Putin è vedere morire centinaia, migliaia di innocenti. Il presidente americano Biden ha detto chiaramente che Putin è un criminale di guerra. Non ha usato giri di parole né mezzi termini perché quella a cui stiamo assistendo in questi giorni è una escalation di atti criminali senza alcuna giustificazione. Si spara su chi si nasconde nei bunker. Non si consente neanche di provare a soccorrere chi è rimasto ferito né tantomeno di portare via i cadaveri di chi è morto. Rimangono lì, dove sono stati uccisi, perché anche solo tentare di muoversi significa diventare bersagli. Vale pure per i giornalisti e infatti di quel teatro bombardato a Mariupol abbiamo solo immagini del “prima”. Come se si volesse creare un blackout informativo, accompagnato dall’incredibile propaganda russa e da chi ancora prova a sostenere assurde verità parallele. Già quando fu bombardato l’ospedale pediatrico ci fu chi provò a dire che là dentro non c’erano donne e bambini ma il battaglione Azov, composto da ucraini della destra estremista. Non era vero, eppure la stessa versione è stata riproposta di nuovo. Anzi qualcuno ha pure sostenuto che i civili siano stati mandati in quel teatro proprio da quei miliziani, che li avrebbero poi bombardati per far ricadere la colpa sui russi. Menzogne, naturalmente. Eppure aver trasformato le città, i palazzi, le case, insomma qualsiasi edificio civile in un obbiettivo rende ancora più difficile trasmettere all’esterno le informazioni. Putin vuole la resa incondizionata e non c’è più alcun limite a quello che è disposto a ordinare, pur di ottenerla. A Mariupol così come nel resto del Paese. Dove si uccide chi si mette in fila per mangiare. Dove si spara su chi, disarmato, viene fermato a un checkpoint. Una carneficina, che sconvolge chiunque guardi per qualche minuto le immagini di quelle case sventrate, di quei palazzi abbattuti, di quelle persone in lacrime trasformate in bersagli senza alcuna colpa. E se è vero che l’unica strada percorribile per evitare che il conflitto si estenda è proseguire nella strada delle sanzioni e della diplomazia, è doveroso che tutto il mondo civile sia fermo nella condanna e nel chiedere che chi ha ordinato tutto questo non resti impunito.   Di Annalisa Grandi

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