Dobbiamo mettere nel conto un’inflazione più alta del previsto. E anche più duratura. E si devono anche mettere le mani avanti: né il nostro governo né altri hanno la possibilità di compensare quel che l’inflazione comporta. La lunga e sgradevole stagione della pandemia e la prima reazione al rialzo del prezzo delle materie prime energetiche hanno generato l’illusione che la spesa pubblica possa far da perpetuo ammortizzatore. Ma non è vero e non funziona. Il che non significa non si possa fare nulla.
Per diversi anni s’è pompato sangue nel sistema circolatorio economico, senza che la pressione salisse. Si sono pompati soldi, senza che l’inflazione si stabilizzasse nell’intorno del 2%. Sebbene lentamente, l’inflazione è risalita ai livelli auspicati. Con l’uscita dalla pandemia e il riprendersi dei commerci mondiali il prezzo delle materie prime e delle merci è cresciuto.
Ce ne siamo già occupati: aumento della domanda e difficoltà logistiche, dovute a intasamento. Già il morso si sentiva di più, ma niente di drammatico. Nei Paesi europei dove era più alta già si chiedeva alla Banca centrale europea di non alimentarla continuando la politica dei tassi d’interesse azzerati e dell’acquisto massiccio di titoli del debito pubblico. La Bce resisteva, argomentando che l’inflazione in quel modo generata sarebbe stata passeggera e nella seconda metà dell’anno sarebbe scesa, anche perché non sostenuta dalla crescita dei salari. Tema delicato. Inoltre c’era la paura che un approccio restrittivo potesse portare a diminuzioni della crescita. Eravamo in questa fase quando Putin ha deciso la sua azione criminale.
A parte il resto, sicuramente più rilevante, ciò porta a ulteriori spese pubbliche per la difesa e per il soccorso, maggiore bisogno di prestiti, ulteriore rialzo del prezzo delle materie prime, necessità di finanziare subito la diversificazione delle fonti energetiche. Mercati che si riprendono + banche centrali accomodanti + guerra e relativa spesa = maggiore inflazione.
Il lato positivo è che erode il debito. E noi ne abbiamo tanto. Il lato negativo è che erode il risparmio finanziario. Siamo entrati negli anni Ottanta con un’inflazione altissima e devastante. Siamo poi entrati nell’euro domandola. Ora viviamo una condizione nuova, nella quale non si devono commettere gli errori che in passato ci costarono molto, a cominciare dalle indicizzazioni.
Che oggi chiamiamo “compensazioni”, ma sono l’illusione che possa esistere un trucco automatico che fa sparire l’inflazione o i suoi effetti. Al massimo li sposta. Nel dire questo, però, si deve aggiungere che l’inflazione è sleale con i più deboli, con quanti spendono tutti i propri guadagni per i propri consumi: aumentando i prezzi e non volendo avviare la rincorsa con i salari, si tagliano i consumi. Il che ha riflessi sulla produzione, rischiando d’avvitare la recessione.
Allora si deve pensare ad altro, a un vero e proprio patto di ristrutturazione dello stato sociale. Ci siamo permessi lussi e sprechi, nascondendoli nel debito pubblico. Se ora vogliamo evitare l’erosione dei salari non dobbiamo agganciarli ai costi crescenti, ma sganciarli da quelli disfunzionali. Non solo non è buona cosa pagare il non lavoro, ma anche quello chiederà di ricevere di più, per far fronte ai prezzi in salita. Una trappola infernale.
A noi serve mettere più persone a lavorare, per avere più salari e creare più ricchezza, in questo modo compensando l’impoverimento del potere d’acquisto. Ciò comporta mettere più giovani a studiare quel che serve. E porta con sé lo spendere meno in quel che non serve e non produce. L’opposto della Covid economy, che è il più insidioso long Covid collettivo.
Sgradevole da sentirsi? Assai più doloroso assistere inerti, illudersi e poi pagarne le conseguenze. Abbiamo la forza e i mezzi per superare questa prova, uscendone rafforzati. A preoccupare non sono tanto i marosi, quanto la svagatezza della ciurma e l’incosciente insipienza di tanta parte della presunta classe dirigente.
Di Davide Giacalone
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