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La morsa russa su chi scappa

Sembra non vi sia più un limite a quello che l’esercito russo sia capace di fare. Non solo si continua a sparare, a bombardare, ma ora si impedisce persino che si portino in salvo i civili.

Sembra che non vi sia più un limite a quello che l’esercito russo è capace di fare per tentare di piegare la resistenza del popolo ucraino. Lo dimostra il fatto che undici autobus, un convoglio umanitario che avrebbe dovuto portare via cittadini da Mariupol, sia stato fermato e sequestrato a un posto di blocco. Secondo le autorità di Kiev addirittura sarebbero stati presi in ostaggio quattro ufficiali e undici autisti. Non solo si continua a sparare, a bombardare, a uccidere. Ora s’impedisce persino che si portino in salvo i civili. La sensazione è che Putin voglia stringere in una morsa la popolazione già allo stremo, impedire che vi siano vie di fuga. Una strategia di morte e di orrore di cui Mariupol è lampante esempio. Il presidente Zelensky ha detto che in quella città, o in ciò che ne resta, ci sono ancora 100mila persone. Intrappolate o nei rifugi ma senza più cibo né acqua. Un film dell’orrore, a cui ogni giorno si aggiungono nuovi tasselli.

Mentre da Mosca si tuona contro altre possibili sanzioni, la verità è che quello che il presidente russo sta facendo sembra voler spingere a una reazione che vada ben oltre la diplomazia. Qual è il punto di non ritorno? Quando per l’Occidente quello che sta avvenendo sarà ‘troppo’? In appena tre settimane Putin ha dimostrato che, come già nel passato, è sufficiente vi sia un dittatore pronto a tutto perché un’intera nazione diventi l’obbiettivo dello sterminio. Ed è straziante assistere al dramma di questo popolo, ancora di più per il coraggio che continua a dimostrare.

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Il Paese sostiene compatto il suo presidente, dimostratosi capace di rappresentarne al meglio l’enorme dignità. Zelensky rischia la sua stessa vita. Sono infatti saliti a quattro i falliti attentati contro l’obbiettivo numero uno di Putin, colpevole (anche) di mostrare quello che succede ogni giorno entro i confini ucraini. Lo raccontano peraltro i volti dei bimbi immortalati in una chiesa di Leopoli: rimasti improvvisamente orfani, hanno visto morire i loro padri mentre combattevano contro l’invasore. Della loro infanzia distrutta, della loro innocenza cancellata, ogni uomo che possa definirsi tale dovrebbe vergognarsi.

Ma la vergogna non è un sentimento che si sposa con la parola guerra. Non c’è nulla di umano, in quello che stiamo vedendo accadere a pochi passi da noi. «Sangue, lacrime e dolore, solo questo è rimasto della nostra città» ha raccontato la moglie del vicesindaco di Mariupol. Così come di bombe e morte parla Eduard, un 59enne di Hostomel, che dall’inizio del conflitto ha filmato quello che accadeva, trasformandolo in una specie di diario. Fino a quando i suoi vicini di casa non sono stati uccisi e lui stesso è rimasto ferito a una gamba. Anche in questo, nello sforzo di far sentire la propria voce, c’è tutto il coraggio del popolo ucraino. Consapevole, come lo siamo noi, che solo le testimonianze possono far comprendere davvero quello che ogni istante accade e su cui non possiamo far calare il silenzio.

 

di Annalisa Grandi

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