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La morte e il portafoglio

Bambini, anziani, un intero popolo ucraino straziato dal conflitto: mentre lì si continua a morire noi abbiamo iniziato a non stupirci più e ad invocare sui social silenzio. Ma farlo non ci farebbe perdere la faccia bensì la nostra umanità.

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Scrive che proverà “a fare il bravo” per raggiungerla in Paradiso. E che lei è stata la madre migliore del mondo. Anatoly ha nove anni e la sua mamma l’hanno uccisa i russi mentre insieme cercavano di scappare da Hostomel. Lui però – invece di piangere, invece di arrabbiarsi – le ha scritto una lettera per ringraziarla. Per dirle che questi sono stati gli anni più belli della sua vita, che nulla è stato vano.

C’è da sentirsi minuscoli, davanti a quelle parole. Davanti a un bimbo che avrebbe il diritto di cedere alla disperazione, eppure sa concepire un simile messaggio d’amore. C’è da sentirsi piccoli anche di fronte al sorriso di una donna anziana portata via dalla sua casa, con addosso gli unici vestiti che le restano. Sorride a chi l’ha salvata. Anche se non ha più nulla.

Sono immagini che dovrebbero farci riflettere. Perché sta succedendo quello che speravamo non accadesse: mentre lì si continua a morire, noi abbiamo iniziato a non stupirci più. A non sconvolgerci più. E a discutere di problemi che sono certo nostri e concreti, ma che andrebbero rapportati alla dimensione della tragedia a cui stiamo assistendo. La polemica, ne siamo consci, è l’ingrediente per guadagnarsi uno spazio, per accaparrarsi consensi. Eppure tutto questo stride in modo così evidente con un popolo, quello ucraino, che rimane compatto e non pronuncia parole d’odio neanche quando ne avrebbe il diritto.

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Basta dare invece un’occhiata ai social di casa nostra per rendersi conto che quello di cui si dibatte riguarda il nostro portafoglio. O, peggio, il tentativo di andare a scovare incoerenze, presunte immagini fasulle e via discorrendo.

È vero che raccontare la guerra, osservare quotidianamente lo strazio, è faticoso. Di più dopo due anni di pandemia. C’è persino qualcuno che invoca che si parli d’altro. Come se altri morti, altri bambini senza più una mamma, fossero inevitabili.

È invece ora il momento di rendersi conto di quanto non voltarci dall’altra parte sia essenziale. Perché quel popolo massacrato è come noi. Era uguale a noi fino a due mesi fa. Aveva forse i nostri stessi piccoli grandi problemi quotidiani. Per questo non si può cedere alla tentazione di alimentare polemiche quando là fuori, a pochi chilometri dai nostri confini, uomini donne e bambini vengono uccisi e torturati. Significherebbe perdere di vista quello che più conta. E di fatto lasciare a Putin lo spazio per continuare a mettere in atto il suo piano di dominio e morte.

Non si tratta di perdere la faccia, ma la nostra umanità.

 

di Annalisa Grandi

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