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L’Afghanistan e noi

Tirare le somme oggi con tanta “sorpresa”, dopo vent’anni di assedio, vuol dire non aver visto cosa stesse accadendo in Afghanistan.

Sull’Afghanistan, il confine l’abbiamo superato di balzo, strappandoci le vesti davanti al disastro degli ultimi giorni, come se potessimo dirci sorpresi.

Attenzione, non mi sto riferendo a politici, governi, osservatori, diplomatici, analisti, tantomeno a chi su quel terreno c’è stato e lo conosce per davvero.
Mi sto riferendo a noi, agli osservatori occidentali, in questo caso intesi come cittadini. Oggi, siamo tutti qui a interrogarci sotto l’ombrellone, a chiederci come sia stato possibile far maturare un simile disastro della coalizione di cui abbiamo fatto parte per vent’anni. Vent’anni, giova ripeterlo.

Ricordo benissimo quando ci mostravamo costernati per la distruzione dei monumenti per mano degli stessi delinquenti che ora vediamo sciamare nuovamente su Kabul e un intero paese. Ricordo gli anni passati a riflettere sull’orrore del burka e della cancellazione dell’identità femminile e siamo esattamente punto e a capo. Con la gigantesca differenza che oggi non c’è più alcuna prospettiva.
Però, ricordo molto bene anche l’indifferenza e il fastidio con cui per anni sono stati accolti ragionamenti e approfondimenti sull’Afghanistan e più in generale sulla politica estera. Dagli stessi (noi) che oggi giocano al piccolo indignato.

Del resto, in Afghanistan, l’Occidente si è indignato, costernato, per gettare ora la spugna con gran dignità. Solo, che la dignità è abbondantemente finita e nessuno può dirsi innocente.

di Fulvio Giuliani

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