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Morire o no? Nel dubbio, fatevi fare un ritratto

Jeff Bezos e il mito dell’eternità. Il patron di Amazon prova a cancellare la morte che, però, è parte stessa della vita.

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Questo articolo si potrebbe intitolare “Una piccola biblioteca per Jeff Bezos”. Potremmo spedirgliela persino via pronta consegna. Ma di titolo, in realtà, ne abbiamo scelto un altro senza per questo precluderci alcuni consigli di lettura da girare allo stramiliardario patron di Amazon.

Partiamo dagli eroi omerici e da quell’Achille – immortale ma con un ‘quasi’  davanti – che alla fine si è dovuto arrendere alla finitezza della vita e alla debolezza di un tallone. Il suo. Non scomodiamo Dio e i suoi tanti angeli perché nell’Aldilà non ci crediamo. Ma dagli scaffali della biblioteca del mondo, che da sempre combatte contro una fine che fa girare le palle, alcuni scritti tiriamoli fuori. Il primo è di un poeta italiano, Vincenzo Cardarelli, che alla morte ha dedicato alcune rime. «Morire sì, non essere aggrediti dalla morte. Morire persuasi che un siffatto viaggio sia il migliore. E in quell’ultimo istante essere allegri, come quando si contano i minuti dell’orologio della stazione e ognuno vale un secolo».

Ma il tempo, si sa, scorre in fretta. Anche gustandosi l’attesa. Ecco allora che un altro poeta, Boris Vian, stavolta non italiano, ci corre in soccorso. Lui al congedo che tutti ci accomuna ha dedicato un canto ribelle, “Io non vorrei crepare”. Tra i versi si legge: «Morire? Non posso, come faccio? (come si fa?). Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un’ora, i monti marini e le spiagge, beh, le spiagge montagnose. La cuccagna, finiti tutti i tormenti, i quotidiani splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi, socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi. Dio, quante cose da fare, da intendere e volere, da contare e aspettare. Mentre la fine già avanza in notti sempre più nere. Striscia, con la schifosa sembianza di un rospo. Eccola, non c’è più scampo. Gli occhi nei miei. No, proprio no, io non vorrei crepare, nossignori, nossignore, non senza aver fatto conoscenza del sapore tormentoso di cui sono geloso e goloso. Il sapore più delicato che si possa sentire. Il più forte. Io non vorrei crepare. Senza aver gustato il gusto della morte».

Eppure, in questi artisti, il tormento di finire mai aveva pensato di espellere il finale. Jeff Bezos lo ha fatto. Non si è accontentato di far invecchiare, come il Dorian Gray di Oscar Wilde, un ritratto al posto suo, memento a un’eternità umana mancata. Ma ha scelto invece di investire migliaia di dollari in una startup che si prefigge l’obiettivo di invertire l’invecchiamento umano attraverso la riprogrammazione cellulare. Come andrà a finire non lo sappiamo. Ma una cosa possiamo scriverla: quel finire, unica certezza della vita, ci consolerà. Perché, come ha scritto Fernando Pessoa, «morire è solo non essere visto».

di Massimiliano Lenzi

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