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Numeri e vite in esilio

I numeri ci restituiscono la dimensione di ciò che sta succedendo in Ucraina e sono impressionanti: oltre 4 milioni e 800mila bambini sfollati dall’inizio del conflitto, secondo l’Unicef. Ovvero più della metà dei 7 milioni e mezzo di piccoli ucraini.

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I numeri ci restituiscono la dimensione di quello che sta succedendo da un mese e mezzo e sono numeri impressionanti: oltre 4 milioni e 800mila bambini sfollati dall’inizio del conflitto in Ucraina, secondo l’Unicef. Ovvero più della metà dei 7 milioni e mezzo di bambini ucraini. Le cifre potrebbero essere imprecise, perché monitorare quello che accade è estremamente complesso. La sostanza però è che i minori costituiscono una parte importante della popolazione in fuga e che a questi vanno purtroppo aggiunti altri 100mila bambini trasferiti forzatamente in Russia. Su di loro è ancora più complicato avere informazioni: ormai lo sappiamo, è il Cremlino a decidere cosa dobbiamo sapere o ignorare.

Da qualsiasi lato la si osservi, questa è una tragedia umanitaria di proporzioni enormi. Che non risparmia innanzitutto quanti sono rimasti nelle città bombardate. Dei circa 3 milioni di bimbi ancora in Ucraina, la metà rischia di non avere più accesso al cibo e all’acqua.

Si aggrava intanto l’emergenza sanitaria: gli ospedali sono diventati da tempo un obbiettivo dei soldati di Putin, l’accesso alle cure è estremamente ridotto e non vengono più effettuate vaccinazioni, nemmeno quelle di routine. Nei rifugi, dove da settimane si accalcano in centinaia per tentare di sfuggire ai bombardamenti, il rischio concreto è quello dello scoppio di pericolose infezioni e i bimbi sono evidentemente quelli più esposti.

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Rispetto all’Italia, in Ucraina la popolazione è mediamente più giovane e i minori sono in percentuale maggiore rispetto al totale degli abitanti. Manca loro tutto – dai pannolini alle medicine – e portare aiuti non è affatto semplice. Si rischia di diventare un obbiettivo dei russi. Eppure la macchina della solidarietà non si può fermare, perché è tutto quello che possiamo fare per tentare di alleviare in minima parte le sofferenze di questo popolo.

In questo senso vale la pena raccontare di quel piccolo borgo in Garfagnana, di appena 500 abitanti, che ha accolto 42 bambini provenienti dall’orfanotrofio di Leopoli. Resteranno fino alla fine della guerra e chissà, forse anche dopo. Piccole vite strappate alla morte, bimbi che non avevano più nessuno e che adesso sono diventati figli di un intero paesino. Di questo dovremmo andare fieri. Perché il senso di impotenza non ci deve sovrastare. Qualcosa possiamo fare, e forse il renderci in qualche modo utili ci aiuterebbe a non perdere tempo in litigi e dibattiti a vuoto.

Queste piccole vite, che arrivano da noi con gli occhi pieni di terrore e nelle orecchie il rumore delle bombe, sono un tesoro da custodire e che può arricchire anche i nostri figli. Perché costituiscono una straordinaria opportunità di insegnare loro a crescere aperti, solidali, migliori.

 

di Annalisa Grandi

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