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Paralimpiadi, corsa dei premi e degli sponsor

Continuano le polemiche legate alla differenza di guadagno tra gli atleti olimpici e paralimpici. La stessa medaglia ha, infatti, diverso valore economico. L’oro di Bebe Vio, ad esempio, vale la metà di quello di Jacobs. Tutto questo è ingiusto e discriminatorio? Una competizione è di Serie A e l’altra di Serie B? Prima di arrivare a conclusioni affrettate, bisogna capire le motivazioni.

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Ai primordi erano nate come modo per riabilitare nella società i soldati mutilati dagli orrori della Seconda guerra mondiale, ma negli anni le Paralimpiadi sono diventate molto altro.

Ne è passato di tempo da quando guardavamo questi atleti con pietismo, o peggio trattandoli da sfortunati cui dare un contentino umanitario. Oggi, ringraziando il cielo, abbiamo capito come la dignità dei contendenti ‘diversamente abili’ sia pari se non superiore a quella dei ‘normodotati’. Virgolette d’obbligo.

E che entrambe le categorie meritino il massimo del rispetto possibile, perché si tratta di uomini e donne speciali che dedicano la loro vita all’attività che amano oltre ogni cosa. Il resto sono medaglie, la punta dell’iceberg. La caterva di medaglie, in particolare, che sta fluendo a noi dagli azzurri impegnati a Tokio in questi giorni. Record abbattuti manco fossero birilli, sulla scia di quanto accaduto per i nostri colori anche nella kermesse precedente, quella terminata l’8 agosto.

E qui scatta la riflessione, quando non la polemica. Il premio in denaro, nella fattispecie. Da un lato, infatti, il Coni ha deciso di rimpinguare del 20% i guadagni dei propri medagliati. Dall’altro ci sono i paralimpici che beccano meno della metà dei loro colleghi, a parità di metallo conquistato.

Per capirci: l’oro di Marcel Jacobs vale 180 mila euro, laddove Bebe Vio nel fioretto ne porta a casa 75mila. Ingiusto e discriminatorio? Serie A e serie B? Parliamone.

D’impulso la differenza di trattamento farebbe rabbrividire, visto il ragionamento alla base, quello sul doveroso rispetto per i sacrifici di tutti. Ma la questione è meno semplice di quanto sembri, e Malagò non c’entra niente. Intanto, va considerato che le (tante) categorie in cui sono suddivise le gare paralimpiche impongono un numero di medaglie maggiore rispetto ai Giochi. C’è poi il diverso indotto economico delle due manifestazioni, con conseguente ricaduta sull’entità delle sponsorizzazioni.

E ancora, il fatto che dal 2017 il Cip (Comitato italiano paralimpico) non faccia più parte del Coni e sia diventato ente a sé; scelta coraggiosa e lungimirante voluta dal presidente Luca Pancalli. In pratica significa: indipendenza decisionale ma anche necessità di sostenersi con le proprie forze. Ecco perché lo stesso Pancalli, al momento, ha deciso di lasciare invariati i premi per i suoi, laddove il Coni può incrementarli. In più, il Cip riconosce un assegno mensile ai suoi medagliati, sostenendone di fatto l’attività per l’intero quadriennio olimpico.

Insomma: giusto rispettare tutti, e ci mancherebbe pure, ma le cifre reali sono un po’ diverse da quelle che si leggono su certi titoli. Al netto di ciò che non può essere quantificato: l’incomparabile valore etico delle Paralimpiadi, supremo esempio di educazione all’inclusione. Soldi a parte, questo conta. La sproporzione tra i due movimenti si assottiglia, interesse del pubblico e platea televisiva mondiale tendono a uniformarsi. In un futuro non troppo lontano, due mondi oggi diversi – olimpico e paralimpico – si sovrapporranno. Varrà molto più del montepremi.

 

di Stefano Meloccaro

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