Più ti avvicini e più la pensione si allontana
Nel corso degli anni sono state molte le decisioni del governo italiano sul tema pensioni: dalle “baby pensioni” all’abolizione di quota 100. “Ma che ne sarà di noi poveri ultra cinquantenni nati intorno alla metà degli anni Sessanta?”
Più ti avvicini e più la pensione si allontana
Nel corso degli anni sono state molte le decisioni del governo italiano sul tema pensioni: dalle “baby pensioni” all’abolizione di quota 100. “Ma che ne sarà di noi poveri ultra cinquantenni nati intorno alla metà degli anni Sessanta?”
Più ti avvicini e più la pensione si allontana
Nel corso degli anni sono state molte le decisioni del governo italiano sul tema pensioni: dalle “baby pensioni” all’abolizione di quota 100. “Ma che ne sarà di noi poveri ultra cinquantenni nati intorno alla metà degli anni Sessanta?”
AUTORE: Fabio Torrembini
In tutta onestà, la retorica dei giovani ha stufato, che invecchino il prima possibile e si sveglino, visto che «il nuovo è già tutto prenotato dai vecchi che vogliono ringiovanire» (Leo Longanesi). Ho un figlio di 28 anni, conosce perfettamente il futuro che gli spetta, ha tutto il tempo davanti per cercare di cambiare le cose. Ma che sarà di noi poveri ultra cinquantini nati intorno alla metà degli anni Sessanta? Noi, gli smarriti Giovanni Drogo della pensione? Altro che Windows, hanno ridotto le nostre vite a un coito eternamente interrotto, finestre affacciate su un futuro periodicamente spostato in avanti.
A metà degli anni Ottanta, con il riscatto (per 2 soldi) della laurea, un pensierino alla ‘baby pensione’ da 14 anni e 6 mesi (la ‘privilegiata’ Enpals nel mio caso) ce lo feci. Male che andasse si poteva arrivare a 19 anni di contribuzione e nei d’intorni dei 40 anni la si chiudeva lì, con trasferimento diretto in spiaggia. Poi con la riforma Amato del 1992 le ‘baby’ sono state abolite. Vabbè, erano una porcata, ma ci è voluto un po’ per metabolizzare uno scalone di 15 anni, passando dai 40 ai 55 anni sulla base della vecchia pensione di anzianità (35 anni di versamenti) calcolata per altro non più sugli ultimi stipendi ma sulla media della contribuzione complessiva.
Si sperava che fosse finita, invece nel 1995 è arrivata la riforma Dini, che ha introdotto il graduale passaggio dal retributivo al contributivo. Per noi fu stabilito un regime misto. Con la riforma Maroni del 2004 (legge delega 243/2004) è aumentata ancora l’età anagrafica per le pensioni di anzianità e quelle di vecchiaia. Nel 2007 è arrivato Prodi (legge 247/2007) e si sono introdotte le cosiddette ‘quote’ per l’accesso alla pensione di anzianità (somma dell’età e degli anni lavorati), con revisione triennale dei coefficienti di calcolo. Altri anni e soldi ‘rubati’. Con la cosiddetta legge Fornero del 2011 il metodo contributivo pro rata si è esteso a tutti, anche ai lavoratori con più di 18 anni di versamenti maturati fino al 1995. È la fine! Sempre corsi e mai non giunsi il fine (della pensione) e dimani cadrò…
Nei giorni scorsi un noto leader sindacale ha ammonito Draghi: «Non si cambiano le regole in corsa!». Già sentita, ma a meno di non richiamare il reverendo Jones e innescare un suicidio di massa per gli over 18, risulta difficile fermare la ‘corsa’ della vita. Ora che il drago si è mangiato anche Quota 100, non ci rimane che avanzare una proposta disperata, forse l’unica equa: per quanto non al di sotto di una certa soglia per gli assegni in essere, da domani sistema contributivo per tutti!
di Fabio Torrembini
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