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Portare a spasso il cane fra le macerie di Mariupol

Nadezda Sukhorukova è una donna ucraina come tante che fino a febbraio viveva la sua normale vita a Mariupol. “Esco in strada tra i crateri dei bombardamenti. Ho bisogno di portare a spasso il cane” scrive, mentre cerca di trovare quel briciolo di normalità che sembra ormai perduto.

Nadezda Sukhorukova è sorridente nella sua foto profilo di Facebook. La condivide con il suo grande cane dal pelo bianco e un bimbo che potrebbe essere suo nipote o suo figlio. Nadezda fino a febbraio viveva la sua normale vita a Mariupol, passeggiando sul lungomare per sedersi sulle panchine sotto gli alberi; beveva tè, incontrava le amiche. Ma questo accadeva una vita fa.

Dopo settimane d’assedio e di perdite enormi tra gli attaccanti, i difensori e i civili il comando militare degli aggressori ha dato un ultimatum: capitolazione o attacco senza pietà. Mariupol ha respinto l’offerta: la pietà è già assente in città da tempo, seppellita tra le macerie dei palazzi distrutti dalle artiglierie russe. «Esco in strada tra i crateri dei bombardamenti» scrive nel suo ultimo post: «Ho bisogno di portare a spasso il cane. Guaisce, trema e si nasconde tra le mie gambe. Ormai voglio solo dormire tutto il tempo. Il mio cortile, circondato da condomini alti, è silenzioso e vuoto. Non ho più niente da perdere».

Si aggirano in due in una città irriconoscibile, annichilita, preda di mille fuochi che punteggiano le rovine dei palazzi spazzati dall’esercito di Putin umiliato dalla resistenza di una delle città più filorusse dell’Ucraina, nel lontano 2014. Ma otto anni di occupazione illegale di parti del Donbass e della Crimea avevano dimostrato ai cittadini della città quali fossero le differenze fra una democrazia imperfetta e una dittatura ben rodata, facendo sparire qualsiasi traccia di simpatie per il regime del Cremlino. «Il mio cane inizia a ululare e capisco che spareranno di nuovo» continua. «Sono per strada di giorno e intorno a me c’è il silenzio dei cimiteri.

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Non ci sono macchine né voci né bambini né nonne sulle panchine. Anche il vento è morto. Ormai siamo rimasti in pochi, noi vivi. Gli altri si trovano ai lati delle case e nei parcheggi, ricoperti da cappotti o altri cenci. Non voglio guardarli. Ho paura di vedere qualcuno che conosco». Nessuna tregua permette la sepoltura dignitosa dei corpi a Mariupol, dove i poliziotti consigliano di mettere i corpi dei morti sui balconi, se nei palazzi è impossibile rimuoverli; ma non ve ne sono abbastanza per tutte le vittime dell’operazione militare speciale di Mosca.

«Sono sicura che morirò presto» profetizza. «È solo questione di tempo. In questa città tutti aspettano costantemente la morte. Vorrei solo che non fosse troppo spaventoso. Tre giorni fa, un amico di mio nipote mi ha detto che hanno bersagliato i vigili del fuoco con l’artiglieria. Al corpo di una di loro mancavano un braccio, una gamba e la testa. Di notte sogno che le mie parti del corpo rimarranno al loro posto anche dopo l’esplosione di una bomba così. Mi illudo».

La terra intorno a lei è ricoperta da cenere, vetro, plastica e metallo: le bombe scombinano il corpo della città come quelli dei suoi cittadini. «Torno nel rifugio: a Mariupol viviamo tutti sotto terra e ogni giorno diventa più difficile sopravvivere. Non abbiamo acqua, cibo o luce. Ci bombardano continuamente per impedirci di vivere. Aiutaci. Raccontalo. Fai sapere a tutti come i civili continuino a essere uccisi» chiede alla fine Nadezda Sukhorukova, cittadina di una ridente cittadina sul mare d’Azov in cui non vi è più differenza tra i viventi e i fantasmi.

 

Di Camillo Bosco

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