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Ragazzi che si raccontano nel ritmo del loro rap

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Attraverso il rap, i giovanissimi raccontano il desiderio di affrancarsi da situazioni familiari difficili e da contesti complessi. Che si apprezzi o meno questa modalità, ascoltare quei brani è un modo straordinario per entrare nel vivo delle loro problematiche.

Ragazzi che si raccontano nel ritmo del loro rap

Attraverso il rap, i giovanissimi raccontano il desiderio di affrancarsi da situazioni familiari difficili e da contesti complessi. Che si apprezzi o meno questa modalità, ascoltare quei brani è un modo straordinario per entrare nel vivo delle loro problematiche.
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Ragazzi che si raccontano nel ritmo del loro rap

Attraverso il rap, i giovanissimi raccontano il desiderio di affrancarsi da situazioni familiari difficili e da contesti complessi. Che si apprezzi o meno questa modalità, ascoltare quei brani è un modo straordinario per entrare nel vivo delle loro problematiche.
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  La musica per raccontare il disagio, la ribellione alle regole, il disprezzo nei confronti di una società che li fa sentire senza voce. Il gangsta rap nato negli Stati Uniti è diventato il linguaggio di quei giovani che vivono nelle periferie più degradate delle nostre città: giovanissimi che avrebbero in teoria tutto il futuro davanti ma che si sentono senza prospettive e a 12-13 anni hanno già commesso dei reati. Un tema divenuto di prepotente attualità con gli ultimi fatti di cronaca e l’apparente proliferare del fenomeno delle baby gang. Perché se c’è un fil rouge fra questi gruppi multietnici, che raccolgono italiani così come figli di immigrati, è proprio la musica e più precisamente il rap. La difficoltà di espressione nel dialogo dei loro sentimenti e della loro rabbia viene sostituita con la grande facilità di comunicazione in forma di canzoni accompagnate da video in cui si esibiscono armi, denaro contante, capi griffati. Raccontano il desiderio di affrancarsi da situazioni familiari difficili, da contesti complessi, la voglia di emergere a qualsiasi costo. Chi ascolta i testi di quelle canzoni entra immediatamente in un mondo che la musica come nient’altro descrive e definisce nelle sue caratteristiche principali: la rabbia, la violenza, a volte il dolore. È un linguaggio che utilizzano soprattutto i più giovani, anche quelli che si ritrovano minorenni già a scontare delle pene in carcere e che tra le quattro mura di una cella con il rap si sentono in qualche modo ‘liberi’. Non è un caso che tante associazioni che si occupano di questi ragazzi ‘difficili’ stiano mettendo in piedi dei laboratori in cui assecondano questa loro passione per il genere musicale, provando a convogliare nei testi una rabbia che così viene in qualche modo sfogata senza conseguenze peggiori. Che si apprezzi o meno questa modalità, ascoltare quei brani è un modo straordinario per entrare nel vivo delle problematiche di questi giovani. Spesso sono proprio le loro canzoni a rivelare ciò che li ha condotti a sognare di diventare gangster invece che provare a essere come tutti gli altri. Ascoltarle senza pregiudizi può aiutare a entrare nel vivo di questa generazione che a tratti appare perduta e che invece spesso è soltanto molto arrabbiata. Questo non significa, ovviamente, giustificarne la deriva violenta, le rapine, le aggressioni. Né vicende come quella recente di Milano, dove fra bande di rapper si è scatenato un vero e proprio regolamento di conti per una questione di diritti d’autore. D’altro canto ci sono anche rapper come Marracash, anche lui cresciuto in un quartiere complicato della periferia meneghina, che proprio tramite la musica hanno raggiunto la notorietà e si sono affrancati da un disagio che diversamente forse li avrebbe inghiottiti. Non è quindi un caso se quelli che “ce la fanno” diventano poi dei modelli per gli altri, quelli smarriti e ancora alla ricerca di un proprio posto nel mondo.   di Annalisa Grandi

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