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Spartiacque

Dobbiamo capire esattamente che cosa sia accaduto a Bucha per due motivi: assicurare gli eventuali responsabili alla giustizia e cancellare gli effetti nefasti della propaganda russa.

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Raccogliere prove, ricostruire, circostanziare e definire le responsabilità. È quanto impongono le immagini e i racconti arrivati da Bucha e dalle altre città del circondario di Kiev, dopo la ritirata delle truppe russe. La reazione agli orrori a cui abbiamo dovuto assistere, alle testimonianze raccapriccianti raccolte dagli inviati sul campo in ciò che resta di quei centri ridotti in cenere non possono fermarsi alle furibonde reazioni verbali dell’Occidente.

Dobbiamo capire nel dettaglio cosa sia accaduto per almeno due motivi fondamentali: assicurare gli eventuali responsabili alla giustizia, attraverso un equo processo nelle corti internazionali; cancellare gli effetti nefasti della propaganda russa, che si è mossa con stupefacente e sospetta velocità. Quasi all’unisono, con l’emergere delle fotografie e dei racconti dall’inferno di Bucha. Torneremo su questo punto, ma ci sia consentito far notare come la stessa reazione dei governi europei e statunitense rafforzi la drammatica sensazione che si sia davanti a qualcosa di profondamente ripugnante. A una linea di confine fra un prima e un dopo in questa guerra sempre più insensata. Credere che dalla presidente della Commissione europea Von der Leyen al Segretario di Stato Usa Blinken, dal cancelliere tedesco Scholz al presidente del Consiglio Draghi ci si muova spinti solo dall’emozione del momento e non da severe analisi di intelligence su quanto accaduto sul terreno apparirebbe di un’ingenuità insopportabile.

Anche perché, eccoci al nocciolo del nostro ragionamento, una volta passati i primi giorni dell’illusione russa di un conflitto breve e facile, l’armata di Putin ha messo nel centro del suo mirino proprio i civili. Lo ha fatto in modo sistematico, cominciando ad applicare quelle tattiche ‘affinate’ negli atroci anni ceceni. Lo abbiamo scritto più volte: i russi conoscono molto bene e realizzano senza remore la metodologia delle città prese per fame. Letteralmente. Se volete un esempio, ricordatevi di Grozny, la capitale cecena che pagò con la totale distruzione il non volersi arrendere.

È esattamente lo schema che abbiamo visto (per quello che si è potuto) a Mariupol e che non avevamo ancora visto nella piccola e strategicamente insignificante Bucha. Civili assediati, donne, bambini e anziani ridotti alla fame, costretti a vivere come topi e bombardati, stanati e all’occorrenza eliminati sul posto. È quanto raccontano quelle immagini, che riportano la memoria alla mattanza di Srebrenica, dopo la quale giurammo “mai più” orrori del genere in Europa.

Le vittime civili, in questa guerra brutale e illegale, non sono ‘effetti collaterali’. Sono volute e cercate, per stremare un nemico che non si arrende, da punire perché combatte con un’energia morale e materiale sempre più forte con il passare dei giorni. I civili ucraini – agli occhi di Putin – devono pagare tutto questo e quella che a Mosca definiscono la propaganda del presidente ucraino Zelensky. Che proprio loro parlino di propaganda appare la peggiore delle beffe, mentre dal Cremlino si rilanciano minuziose ricostruzioni delle presunte macchinazioni occidentali. Per allontanare il sospetto per quanto accaduto a Bucha, hanno pubblicato uno studio con tanto di descrizione di attori, trucchi scenici, particolari anatomici e autoptici che dovrebbero smentire tragedie, eccidi ed esecuzioni. Guarda che caso, esattamente quello che poi i pifferai magici di Vladimir Putin ripetono in Italia. Gli stessi concetti e addirittura con le stesse parole, in un disgustoso servilismo alla peggiore propaganda di stampo sovietico.

In questo contesto resta il dovere di non rinunciare alla trattativa, eppure è altrettanto doveroso chiedersi su cosa e su quali basi si possa negoziare con un uomo che ha mostrato in tutti i modi possibili – compresi quelli più inumani – di non avere alcuna intenzione di imbastire reali trattative. Interrogativo angoscioso e senza risposta.

 

di Fulvio Giuliani

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