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title: Una vita in macerie
description: "Chi va via, chiude la porta di casa con forza nella speranza (o illusione) di poterci ritornare. Storie strazianti dall'Ucraina."
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date: 2022-03-23
modified: 2022-04-15
author: Annalisa Grandi
url: https://laragione.eu/evidenza/una-vita-in-macerie/
categories: [Evidenza, Il dolore della Guerra]
tags: [guerra, Ucraina]
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# Una vita in macerie

![Ucraina](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2022/03/Evidenza-sito-49.jpg)

Chi va via, chiude la porta di casa con forza nella speranza (o illusione) di poterci ritornare. Gli altri restano, sapendo che questo significa forse morire per lottare e difendere la propria Nazione. Storie strazianti dall'Ucraina.

«Come faccio ad andarmene? Ho cinque bisnipoti, un nipote che combatte. Come faccio ad andare via?». **Restano, sapendo che significa forse morire**. Restano anche se i russi continuano a bombardare senza sosta le loro case.

Lo fanno perché lì, in Ucraina, c’è tutto quello che hanno. C’è la loro famiglia, ci sono i ricordi di una vita. **È una resistenza strenua**, fino al limite dell’estremo sacrificio, **che racconta del senso di appartenenza al proprio Paese.** Un sentimento rafforzato dal massacro in corso.

Chi se ne va lo fa chiudendo bene a chiave la porta della propria abitazione, nell’ultimo tentativo di proteggere quello che si è costruito in una vita. Nella **speranza – più che altro un’illusione – di poter tornare nella propria casa**. Di ritrovarla, intatta, quando tutto questo sarà finito. Soltanto che non finirà tanto presto e che si dovrà fare i conti con città interamente rase al suolo, come mostrano chiaramente le immagini satellitari: vi sono soltanto macerie, al posto di interi quartieri.

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Di intatta rimane **la volontà di non piegarsi**. Anche in quelli che continuano a manifestare, nonostante sappiano che verranno arrestati. A Kherson sono stati usati granate e gas lacrimogeni contro chi protestava. Un video mostra i soldati russi prendere a calci un manifestante. La linea di demarcazione tra chi aggredisce e chi questo conflitto lo sta subendo è talmente netta che è impossibile non provare rabbia, davanti a quelle immagini. La violenza, nuda e cruda, contro persone disarmate.** Il tentativo di azzerare ogni dignità, di mettere a tacere ogni dissenso**. Di «ridurre in cenere» le città, come il presidente Zelensky ha descritto quello che è successo e sta continuando a succedere a Mariupol.

«Oggi siamo vivi, domani chissà» racconta un uomo che quella città è riuscito a lasciarla. «Non ci sono più case, non c’è più nulla» dice. Racconta di non essersi lavato per tre settimane e che per chi è rimasto non c’è più cibo. È scappato per portare in salvo la moglie e la figlia di sette anni. **Ha dovuto lasciare i suoi genitori: «Non so se li rivedrò mai più» ammette**. Il suo racconto mette i brividi. Ai pochi sopravvissuti è toccato anche il compito di seppellire i morti. «I nostri vicini di casa ci hanno chiesto di aiutarli a seppellire il figlio e i suoi bambini. Ci siamo messi a scavare nel giardino davanti al nostro palazzo» spiega. Perché altrimenti quei corpi restano lì, in mezzo alla strada. Per giorni interi. Perché **non c’è pietà neanche per i cadaveri. Non c’è neanche il conforto di poter dire addio ai propri cari.**

**Commuove in tutto questo la forza dei più piccoli**. Sono molte le immagini di bimbi di pochi anni che consolano i loro genitori. Come Egor, cinque anni, immortalato mentre asciuga le lacrime della mamma: entrambi sono arrivati in Romania ma il figlio maggiore della donna e il marito sono rimasti a combattere.

E allora tocca a lui, il piccolo di casa, cercare di regalare un sorriso a chi da un giorno all’altro ha perso tutto ciò che aveva.

 

*di Annalisa Grandi*
