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Una vita in macerie

Chi va via, chiude la porta di casa con forza nella speranza (o illusione) di poterci ritornare. Gli altri restano, sapendo che questo significa forse morire per lottare e difendere la propria Nazione. Storie strazianti dall’Ucraina.

«Come faccio ad andarmene? Ho cinque bisnipoti, un nipote che combatte. Come faccio ad andare via?». Restano, sapendo che significa forse morire. Restano anche se i russi continuano a bombardare senza sosta le loro case.

Lo fanno perché lì, in Ucraina, c’è tutto quello che hanno. C’è la loro famiglia, ci sono i ricordi di una vita. È una resistenza strenua, fino al limite dell’estremo sacrificio, che racconta del senso di appartenenza al proprio Paese. Un sentimento rafforzato dal massacro in corso.

Chi se ne va lo fa chiudendo bene a chiave la porta della propria abitazione, nell’ultimo tentativo di proteggere quello che si è costruito in una vita. Nella speranza – più che altro un’illusione – di poter tornare nella propria casa. Di ritrovarla, intatta, quando tutto questo sarà finito. Soltanto che non finirà tanto presto e che si dovrà fare i conti con città interamente rase al suolo, come mostrano chiaramente le immagini satellitari: vi sono soltanto macerie, al posto di interi quartieri.

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Di intatta rimane la volontà di non piegarsi. Anche in quelli che continuano a manifestare, nonostante sappiano che verranno arrestati. A Kherson sono stati usati granate e gas lacrimogeni contro chi protestava. Un video mostra i soldati russi prendere a calci un manifestante. La linea di demarcazione tra chi aggredisce e chi questo conflitto lo sta subendo è talmente netta che è impossibile non provare rabbia, davanti a quelle immagini. La violenza, nuda e cruda, contro persone disarmate. Il tentativo di azzerare ogni dignità, di mettere a tacere ogni dissenso. Di «ridurre in cenere» le città, come il presidente Zelensky ha descritto quello che è successo e sta continuando a succedere a Mariupol.

«Oggi siamo vivi, domani chissà» racconta un uomo che quella città è riuscito a lasciarla. «Non ci sono più case, non c’è più nulla» dice. Racconta di non essersi lavato per tre settimane e che per chi è rimasto non c’è più cibo. È scappato per portare in salvo la moglie e la figlia di sette anni. Ha dovuto lasciare i suoi genitori: «Non so se li rivedrò mai più» ammette. Il suo racconto mette i brividi. Ai pochi sopravvissuti è toccato anche il compito di seppellire i morti. «I nostri vicini di casa ci hanno chiesto di aiutarli a seppellire il figlio e i suoi bambini. Ci siamo messi a scavare nel giardino davanti al nostro palazzo» spiega. Perché altrimenti quei corpi restano lì, in mezzo alla strada. Per giorni interi. Perché non c’è pietà neanche per i cadaveri. Non c’è neanche il conforto di poter dire addio ai propri cari.

Commuove in tutto questo la forza dei più piccoli. Sono molte le immagini di bimbi di pochi anni che consolano i loro genitori. Come Egor, cinque anni, immortalato mentre asciuga le lacrime della mamma: entrambi sono arrivati in Romania ma il figlio maggiore della donna e il marito sono rimasti a combattere.

E allora tocca a lui, il piccolo di casa, cercare di regalare un sorriso a chi da un giorno all’altro ha perso tutto ciò che aveva.

 

di Annalisa Grandi

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