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Il bersaglio è la popolazione

Sasha ha 9 anni. Sotto l’attacco russo ha perso suo padre e le è stato mutilato un braccio. “Spero sia stato un errore”, dice nella sua innocenza: non vuole credere che qualcuno possa averla colpita intenzionalmente. Ma, purtroppo, non ci sono errori: i civili sono diventati un obbiettivo per l’esercito russo.

Sasha, che a 9 anni ha perso un braccio, si chiede perché i russi le abbiano sparato. «Spero sia stato un errore» dice nell’innocenza della sua infanzia. La sua vita è cambiata per sempre, ha perso un arto e suo padre è morto, ma lei continua a non riuscire a immaginare che qualcuno possa averle fatto del male intenzionalmente. E invece è proprio quello che sta avvenendo. Non ci sono errori, colpi partiti per sbaglio: i civili sono diventati un obbiettivo per l’esercito russo.

Lo dimostra quello che avviene a Mariupol, dove è stato bombardato un teatro trasformato in rifugio. La stessa città in cui 400 persone – medici, infermieri e malati – sono in ostaggio dei militari di Putin. Neanche dall’ospedale si può scappare. Neanche chi sta male viene lasciato evacuare. Chi tenta la fuga viene ucciso.

A Nord di Kiev dieci persone sono state ammazzate mentre erano in coda per il pane. Non serve ribadire come tutto questo sia assolutamente disumano. Così come è chiaro che in Ucraina non muoia solo chi combatte ma soprattutto le persone inermi. I russi cercano di impedire che trovino riparo, ad esempio nei sotterranei delle metropolitane: sono almeno 15mila le persone che in queste settimane a Kiev hanno preso le loro cose e si sono rifugiate nelle stazioni sottoterra.

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Non può essere quindi un caso né un errore il fatto che sia stato colpito proprio l’ingresso di una di queste. Così come che Mosca abbia iniziato a bombardare la città di Zaporizhzhia, dove sorge la centrale nucleare più grande d’Europa, destinazione di quelle poche migliaia di persone che da Mariupol sono riuscite a scappare. A dimostrazione che persino i corridoi umanitari si trasformano in trappole mortali.

È questo l’aspetto se possibile più sconcertante e incomprensibile di una guerra già di per sé assurda e insensata: davanti a una nazione che non si piega e che a dispetto delle previsioni del presidente russo sta provando a resistere, la strategia è quella del massacro indiscriminato. Chi è rimasto per documentare quello che sta accadendo lo ribadisce con le immagini e con i racconti: sono palazzi e abitazioni a essere bombardate, non obbiettivi militari. Una morsa da cui sembra impossibile scappare: anche coloro che si sono messi in macchina per portare via la propria famiglia lo hanno fatto rischiando di essere fermati o uccisi. Non è un caso che fiocchino i paragoni con quanto già accaduto nella ex Jugoslavia. I responsabili di quelle operazioni di pulizia etnica sono stati poi condannati per genocidio ma sembra davvero che la Storia, con il suo carico di orrori, a qualcuno non abbia insegnato nulla.

«Fino a un mese fa avevo la mia vita, guardavo dei film con i miei figli, cucinavo o ordinavo una pizza. Ora alle 5 del mattino vengo svegliata dai bombardamenti sulla mia città» racconta una deputata ucraina mentre l’account del Parlamento ucraino diffonde la foto di una bimba, i riccioli chiari e una maglietta rosa, stretta nell’abbraccio dei genitori in mimetica. Madri e padri in lacrime che vanno a combattere una guerra che nessuno in Ucraina ha voluto. Lì non si assiste a uno scontro fra due popoli, non c’è nessuna storica inimicizia ma semmai famiglie metà russe metà ucraine separate da un confine che è diventato invalicabile. Ostaggi innocenti di chi sembra ispirarsi ai peggiori dittatori del passato.

Di Annalisa Grandi

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