Andrea Moi: “La comunicazione è un megafono”
Andrea Moi, responsabile della comunicazione di Fratelli d’Italia, lo dice senza enfasi: la distinzione tra politica e comunicazione non si è dissolta, ma si è ridefinita nei suoi confini. Le sue parole
Nel momento in cui la politica italiana discute di “Istantanea Digitale” e del ruolo crescente dei nuovi media, il tema non riguarda più soltanto le modalità della comunicazione, ma il punto in cui si colloca oggi il baricentro del potere comunicativo.
Andrea Moi, responsabile della comunicazione di Fratelli d’Italia, lo dice senza enfasi: la distinzione tra politica e comunicazione non si è dissolta, ma si è ridefinita nei suoi confini.
Alla domanda se la comunicazione sia ormai diventata una infrastruttura autonoma di potere, Moi respinge l’impostazione con nettezza.
«Il primato deve rimanere della politica», afferma.
La comunicazione, aggiunge, «è un megafono», ma proprio per questo non neutro: «se quello che si immette è un contenuto sbagliato, può fare male a chi lo usa».
Non esiste dunque una comunicazione che si emancipa dalla politica, ma uno strumento che amplifica ciò che la politica decide di immettere nel circuito pubblico.
Il passaggio dalla comunicazione di partito a quella di governo viene ricondotto da Moi a un piano concreto.
Non sono i tempi, non è il messaggio, non è la disciplina interna a costituire il vero discrimine.
«Comunicare le cose fatte non è mai semplice», osserva.
Ma il punto decisivo è un altro: «Il problema non sono né i tempi, né il messaggio, né la disciplina, ma i risultati politici».
E qui introduce una distinzione netta: non quelli elettorali, ma quelli «che contribuiscono a cambiare, in meglio, la vita delle persone».
Senza questo, sottolinea, «non funziona nessuna comunicazione».
Ne deriva una distinzione strutturale tra ciò che la politica misura e ciò che la comunicazione restituisce.
In questa lettura, la comunicazione segue più di quanto determini i risultati, ma non in modo lineare, né del tutto controllabile.
Quando il discorso si sposta sul digitale, Moi ne riconosce la centralità, ma ne delimita la funzione politica.
«Il digitale è un campo dove la politica si scontra, si forma e ascolta», dice, ma non in modo ordinato o continuo, ma precisa subito che non è il luogo della decisione politica.
Le decisioni restano altrove: «le piazze, i mercati, le scuole, gli ospedali».
Non si tratta di una perdita di centralità della politica, quanto piuttosto di una sua dispersione nei contesti reali.
Il nodo più delicato riguarda il coordinamento del messaggio in un sistema completamente esposto, dove ogni contenuto può assumere immediata rilevanza nazionale.
Qui Moi è netto: «Tutto ciò che si scrive sui social è pubblico».
La distinzione tra livello locale e nazionale non regge più come filtro naturale.
Anche un amministratore locale può produrre effetti politici di scala più ampia.
La trasformazione, sottolinea, è culturale prima ancora che tecnologica: molti attori politici hanno continuato a utilizzare i social «come uno strumento privato», fino a quando la loro natura pubblica non è diventata evidente.
Ma la questione più controversa è: la comunicazione diretta rafforza la trasparenza o aumenta il controllo del messaggio pubblico?
Moi respinge la seconda ipotesi: «Non mi sembra di vedere problemi legati al controllo pubblico della comunicazione».
Il riferimento è alla fase degli algoritmi e delle piattaforme che selezionavano la circolazione dei contenuti, oggi in parte superata.
Oggi, osserva Andrea Moi, la comunicazione digitale produce due effetti paralleli.
Da un lato «la possibilità di raggiungere un pubblico vasto e intergenerazionale, superando i limiti dei media tradizionali».
Dall’altro «l’aumento della foga comunicativa», che spinge verso contenuti rapidi e spesso «improvvisati», dove la velocità rischia di sostituire la qualità.
In questo equilibrio instabile si colloca il lavoro della comunicazione politica contemporanea: non come soggetto autonomo, ma come dispositivo che traduce e amplifica decisioni già prese altrove.
La tecnologia cambia il mezzo, non il fondamento.
La politica resta il punto di origine, ma non sempre quello di controllo.
Ed è proprio in questa piccola dissonanza,più che in una frattura esplicita, che si misura la distanza tra linguaggio politico e sua circolazione reale.
di Anna Germoni
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