Gabriel Collins, analista energetico: “Stretto di Hormuz chiuso, Europa scoperta”
“La chiusura dello Stretto Hormuz scuoterà i mercati globali per anni, non mesi”: l’intervista a Gabriel Collins, uno degli analisti energetici più autorevoli al mondo
La chiusura dello Stretto di Hormuz «scuoterà i mercati globali per anni, non mesi». Lo sostiene Gabriel Collins, uno degli analisti energetici più autorevoli al mondo, senior fellow al Baker Institute della Rice University e coordinatore del Program on Energy and Geopolitics in Eurasia all’Oxford Institute for Energy Studies.
Collins non usa giri di parole. Per lui la crisi è già entrata nella fase che conta e la maggior parte dei governi europei (compreso quello italiano) continua a comportarsi come se si trattasse di un’interferenza passeggera. D’altronde, la geografia stessa del corridoio marittimo consegna a Teheran un vantaggio strutturale: «È un tratto di mare dove l’Iran può collocare missili, mine e droni praticamente ovunque. La morfologia rende ogni intervento esterno costoso, rischioso e politicamente esplosivo» spiega. «L’Europa preferisce restare nella zona grigia. Men che meno l’Italia, che non vuole esporsi».
Sul fronte energetico lo scenario è ancora più netto. «Ogni giorno di blocco toglie 10 milioni di barili dal mercato globale». Una quantità capace di destabilizzare in poche ore l’intero sistema dei prezzi. Le interruzioni anche parziali generano «deficit immediati», costringono i Paesi importatori a riorganizzare contratti e scorte e fanno schizzare la volatilità. «In condizioni simili governi e aziende diversificano tutto ciò che possono: rotte, fornitori, hedging. È la sopravvivenza a dettare la linea». Collins ricorda che gli shock energetici non producono cambiamenti strutturali in tempi brevi: «Servono sette-dieci anni», come dopo l’embargo del 1973. E oggi siamo nella seconda fase del ciclo: «Dopo l’impatto sui prezzi, il mondo sta consumando scorte su scorte, mentre è già evidente che occorre un adattamento di lungo periodo».
Quanto all’Europa, l’analista osserva che «continua a pagare prezzi record per il gas perché compra sul mercato spot». Una strategia che Bruxelles ha presentato come segno di flessibilità, ma che in realtà «espone il Continente a shock continui». L’Italia è un caso emblematico: «Ha sostituito una dipendenza (da Mosca) con un’altra: quella dal mercato spot. È un errore che si paga caro». Mentre Cina, Corea del Sud e perfino Pakistan firmano contratti ventennali, Roma ragiona mese per mese. «Un modello del genere funziona soltanto in un mondo stabile. E questo non lo è più» sottolinea Collins.
Pur lontani dall’epicentro, gli Stati Uniti sentono l’onda lunga. Il Brent è salito del 10-13%, la benzina di 5-10 centesimi al gallone. «Sono cifre che pesano su inflazione, politica interna, costo della vita»: nessun grande Paese è realmente al riparo. Molto diversa la posizione della Cina, «che sta costruendo una vera e propria fortezza energetica»: scorte strategiche, diversificazione, mix autonomi, accordi pluridecennali. «Pechino non aspetta lo shock, lo anticipa». India e Giappone hanno margini più stretti, ma corrono per diversificare rotte e consolidare accordi bilaterali.
Ragionando invece sulle fonti più resistenti, Collins le indica in «carbone, nucleare e geotermia», in quanto non dipendono da corridoi marittimi vulnerabili. Paradossalmente, il futuro passa dalle tecnologie che non devono attraversare alcuno Stretto. Pochi i margini di ottimismo: «Il rischio di una escalation militare resta elevato» e «qualsiasi scontro comprometterebbe sicurezza e flussi su scala globale». Le alternative allo Stretto esistono – pipeline terrestri, rotte settentrionali – ma «richiedono tempo, investimenti, accordi politici complessi. Nulla che possa funzionare in poche settimane».
Per Collins «il mondo si prepara a un’energia più incerta. L’Europa no. L’Italia men che meno». Una diagnosi che non lascia molto margine d’interpretazione.
Di Anna Germoni
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