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Albe racconta “Baita”, il suo primo album, tra amicizie che resistono, amori imperfetti e le radici di provincia

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Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Albe sul suo primo album “Baita”

Albe

Albe racconta “Baita”, il suo primo album, tra amicizie che resistono, amori imperfetti e le radici di provincia

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Albe sul suo primo album “Baita”

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Albe racconta “Baita”, il suo primo album, tra amicizie che resistono, amori imperfetti e le radici di provincia

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Albe sul suo primo album “Baita”

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Dopo aver anticipato il progetto con i singoli “Cercapersone”, “Con te non ci torno più” e “Alla fine sono io”, Albe ha pubblicato il suo primo album “Baita”, fuori da venerdì 5 dicembre. Un debutto che non nasce da una strategia prestabilita, ma da un accumulo di storie, canzoni e relazioni che nel tempo hanno trovato un punto di equilibrio.

Baita” – che in dialetto bresciano significa “casa” – è un disco che parla di ciò che resta quando il rumore si abbassa: le amicizie che resistono, gli amori imperfetti, le radici di provincia che confondono e allo stesso tempo salvano. Un racconto intimo e quotidiano, in cui la provincia non è solo uno sfondo, ma un luogo identitario, capace di definire il modo di sentire, di scrivere e di stare al mondo.

Nel disco Albe mette a fuoco la propria identità musicale con una scrittura diretta, spontanea, senza sovrastrutture, muovendosi tra introspezione e linguaggio immediato. “Baita” è il punto di arrivo di una ricerca, ma anche una partenza: una fotografia sincera di una “famiglia non tradizionale” fatta di amici, incontri casuali, errori e piccole abitudini che, messe insieme, diventano casa. Con lui abbiamo parlato di questo percorso, di musica, di radici e di futuro.

Raccontami un po’ come hai lavorato a questo disco e com’è nato.

In realtà non è stato un percorso scelto a tavolino. A differenza di tanti artisti che decidono “ora faccio un disco”, noi ci siamo ritrovati con un mucchio di canzoni in mano. A un certo punto abbiamo capito che quelle canzoni potevano diventare qualcosa di più strutturato. Il disco è nato così, quasi per necessità: non avevo ancora nulla di pubblicato e per me era importante avere un lavoro che raccontasse qualcosa. È stato più una scelta sul futuro che sul presente: una prima base, fondamenta per quello che verrà.

Quindi niente scadenze, niente tavolini di lavoro con il calendario davanti.

Esatto. Non ci siamo mai detti “serve un disco entro tot”. È stato un processo naturale: alcune canzoni le scartavamo, altre restavano. A un certo punto ci siamo guardati e abbiamo detto: “Ok, queste sono rimaste, perché non chiudiamo un disco?”. E da lì siamo partiti.

Anche il titolo sembra fare da filo rosso. Ascoltandolo si percepisce un mood molto preciso. È stato voluto?

Sì, assolutamente. Il disco parla di principi base: la famiglia, la fidanzata, gli amici, quelli del paese. “Baita” per noi a Brescia vuol dire casa, vuol dire “torniamo a casa”. Era perfetto, calzava a pennello con quello che volevo raccontare. Non è stato un titolo scelto a caso: doveva essere l’ingresso in quel mondo lì, in quell’atmosfera domestica, intima.

C’è anche una canzone, “Noi siamo quelli” che chiude il disco, molto legata al tema delle amicizie. Amicizie che, nonostante tutto, non hai mai perso. È stato difficile mantenerle nel tempo?

In realtà no. Siamo molto più semplici di quanto si possa pensare. Non siamo persone che ricercano troppo, quindi teniamo anche l’asticella bassa e questo aiuta ad avere meno delusioni. Litigi ce ne sono, come in tutte le amicizie, ma ci guardiamo negli occhi e capiamo che siamo tutti un po’ uguali, con le stesse debolezze. Ci perdoniamo in fretta. Non essendo amicizie “costruite”, il subconscio sa già che le cose si risolveranno.

Questa naturalezza si sente molto nel disco. Una sincerità che è un po’ l’elemento portante. A proposito di sincerità: “Alla fine sono io” sembra quasi una lettera aperta a te stesso. Com’è nata?

Ero a casa, avevo questo giro di accordi e quella canzone è l’unica che ho composto completamente da solo: armonia, testo e melodia. È uscita tutta di getto. Ed è bello quando succede, perché non devi forzare nulla. La prima versione è rimasta identica, non abbiamo cambiato una parola. Scrivendo da solo, sono venute fuori frasi rivolte a me stesso. E ascoltando l’album mi sono reso conto che mancava un brano così. Quando è arrivato ho pensato: “Perfetto, entra esattamente lì”.

Dal punto di vista musicale il disco è molto vario: rock, folk, sonorità più organiche. Come avete lavorato su questo aspetto?

Io faccio molta fatica a cambiare una canzone una volta che nasce in un certo modo. Quindi ogni brano ha mantenuto il suo vestito. Le influenze arrivano molto dall’Inghilterra: dal rock più classico fino a cose più folk, tipo “Mumford & Sons”, con quel ritmo un po’ echeggiante che arriva dal folk irlandese. Alcuni pezzi sono più “parcheggiati”, altri più crossover. Rispecchia anche la mia maturità di quel periodo: un anno fa sperimentavo tantissimo, oggi so già cosa non fare.

Questa ispirazione inglese nasce da un legame diretto con quel mondo?

È una questione di gusti personali. Alla fine scrivi quello che sei. Se ti piace una cosa, studi quella. Io mi sono messo a studiare anche il passato: da dove arrivano certi suoni, chi ha influenzato chi. Vai indietro come in un albero genealogico fino alla base. È una ricerca che mi piace molto.

In fondo nessuno inventa davvero qualcosa da zero.

Esatto. Inventare qualcosa di totalmente nuovo è quasi impossibile. Puoi rubare tante cose e creare un Frankenstein nuovo. Le note sono quelle, gli strumenti sono quelli. La differenza sta nel modo in cui le metti insieme. Preferisco mille volte chi prende tante ispirazioni e le rielabora, piuttosto che chi replica male qualcosa che già esiste. Quando ascolto una canzone mi piace sentire i riferimenti, vedere lo studio dietro, non una copia sbiadita.

Un altro brano che colpisce molto è “Con te non ci torno più”. Da dove nasce?

È nata da un momento, più che da un’esperienza precisa. Un reflusso, chiamiamolo così. Non parlo di qualcosa di specifico, sono volutamente vago. È una presa di coscienza: guardare al futuro e non voler tornare al passato, in nessun ambito. Forse era riferita anche a me stesso. Mentre la scrivevo mi sono divertito tantissimo e, cosa rara per me che sono molto autocritico, mi sono detto: “Ok, qui ho fatto un passo in più”. È uno dei miei brani preferiti.

Veniamo ai concerti in casa: una scelta particolare e molto intima. Come nasce questa idea?

Nasce dal concept stesso dell’album: casa. Fare concerti in casa aveva senso. Sono eventi piccoli, 20-25 persone, chitarra e voce, seduti sul divano. È un modo per incontrare davvero chi crede nel progetto, chi ha comprato il vinile. Non è stata una strategia studiata: anche se avessi suonato per una persona sola, l’avrei fatto lo stesso. Il mio obiettivo è suonare, punto. Che siano venti persone o quattrocento, non mi cambia. Se oggi devo farmi conoscere piano piano, lo faccio senza problemi. Poi certo, faremo anche i live nei club con la band.

Dal vivo, a pochi centimetri, il rapporto col pubblico cambia.

Sì, ma io non mi sento diverso da loro. Non mi sento “l’artista”. Sono un ragazzo normale che fa la musica che gli piace. Loro hanno i loro hobby, io il mio. Se con questo riesco a farli sentire in un certo modo, nelle cuffie o dal vivo, allora ha senso tutto.

di Federico Arduini

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