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title: "Alessandro Quarta tra i protagonisti del Premio Lunezia: &#8220;Non è il frac a far suonare bene un violino&#8221;"
description: Si apre questa sera la 30esima edizione del Premio Lunezia. Tra gli ospiti anche Alessandro Quarta, violinista di fama internazionale
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date: 2025-07-25
author: Federico Arduini
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categories: [I personaggi]
tags: [musica]
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# Alessandro Quarta tra i protagonisti del Premio Lunezia: &#8220;Non è il frac a far suonare bene un violino&#8221;

![Alessandro Quarta](https://laragione.eu/wp-content/uploads/2025/07/UNA-FOTO-43-1024x639.jpg)

Si apre questa sera la 30esima edizione del Premio Lunezia. Tra gli ospiti anche Alessandro Quarta, violinista di fama internazionale, insieme al suo quintetto

In una Piazza Gramsci ad Aulla (Massa-Carrara) che si preannuncia gremita, si terrà oggi alle ore 21.30 la prima serata dedicata alla [30ª edizione del Premio Lunezia](https://laragione.eu/life/spettacoli/il-premio-lunezia-compie-30-anni-tra-i-premiati-francesca-michielin-la-nina-e-luk3/), una delle manifestazioni più prestigiose del panorama musicale italiano.** Un evento che celebra non solo la musica d'autore, ma la** **"musical-letterarietà"**, quell’incontro tra parola e melodia che ha reso grande la nostra canzone.

**Tra gli ospiti più attesi della serata c’è Alessandro Quarta**, violinista di fama internazionale, che salirà sul palco accompagnato dal suo quintetto per reinterpretare in chiave personale e inedita alcuni dei brani che hanno fatto la storia di questa kermesse. La sua presenza rappresenta un ponte tra musica colta e canzone d'autore, in perfetta sintonia con lo spirito del Lunezia.
Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui per conoscere meglio cosa porterà sul palco e l'emozione di prendere parte a una serata così prestigiosa

**Com’è nata l’opportunità di partecipare a questa serata?**

Mi ha chiamato Stefano (De Martino, conduttore della serata ndr) per propormi questa grande responsabilità. Ci eravamo conosciuti qualche anno fa e quando ha deciso di coinvolgermi per il trentennale del Premio Lunezia mi sono sentito orgoglioso e onorato. Parliamo di un premio che ha fatto davvero la storia della musica italiana. Stefano voleva che questa edizione speciale lasciasse il segno, mettendo in risalto i grandi nomi che in questi trent’anni hanno calcato il palco del Lunezia. Per me è un onore farne parte.

Lo ringrazio sinceramente per la fiducia e per la stima che mi ha dimostrato, stima che ovviamente ricambio. In più, mi ha dato la possibilità di interpretare i brani a modo mio, lasciando spazio alla mia musicalità e a quella dei musicisti che mi accompagnano. Questo, per me, è un grande segno di fiducia

**Per il Premio Lunezia eseguirete alcuni brani simbolo della storia della manifestazione. Come avete scelto il repertorio?**

Abbiamo scelto brani che hanno fatto la storia ma che mi toccano anche a livello personale. Mi coinvolgono emotivamente e appartengono a un tempo musicale che sento ancora vicino.

Per quanto mi riguarda oggi la musica non esiste più. O meglio, non mi interessa nemmeno ascoltarla. Oggi la musica è diventata puro business, tutta costruita, tutta ‘impostata’. La grande musica, quella vera, è stata scritta negli anni ’80, negli anni ’90 e qualcosa nei primi 2000. Poi, per me, si è fermata lì.

Con questa partecipazione ho voluto dare un volto al Premio Lunezia che fosse legato a quella musica che considero autentica. Per fortuna abbiamo avuto artisti come Dalla, Antonacci, Baglioni, Loredana Bertè... e tanti altri. Penso a "*Laura non c'è*" di Nek, "*1000 giorni di te e di me*" di Baglioni, "*Dimmi di sì*" dei Pooh. Quella era musica pop, ma era musica vera, che arrivava al cuore. Ecco, quella musica è rimasta indietro di qualche anno. Oggi, sinceramente, è meglio spegnere la radio: quello che passa non lo considero neanche musica. **

**Che sensazione hai provato nell’interpretare brani che hanno segnato la storia della canzone d’autore italiana?**

È stata un’emozione meravigliosa. Per me e per i miei musicisti è stato qualcosa di davvero speciale. Ci tengo a nominarli, perché sono parte fondamentale di questo progetto: Giuseppe Mannino al pianoforte, Franco Cerri alle chitarre, Michele Colaci al basso e Cristian Martina alla batteria.

Quando si suona ci si emoziona come se quel brano fosse tuo. Perché in un certo senso lo diventa: lo fai tuo, lo reinterpreti unendo la tua storia, i tuoi ricordi, l’infanzia, gli amori, le delusioni, le lacrime, le gioie.

Quando interpreti "*Dimmi che non vuoi morire*" o "*1000 giorni di te e di me*", non stai solo suonando una canzone: stai interpretando un ricordo. Ed è proprio questa la magia della musica.

È ciò che porteremo stasera sul palco del Premio Lunezia, nei suoi trent’anni di storia.

**Secondo te, perché è importante che premi come il Lunezia continuino a esistere e portare avanti la loro missione?**

L’onestà, per me, è una cosa fondamentale. Più importante anche di Sanremo. E lo dico con cognizione di causa, perché Sanremo, da qualche anno, non è più Sanremo dal punto di vista musicale.

Pensiamoci: una canzone, senza le parole, non sarebbe una canzone. Sarebbe un brano strumentale. E voi lo sapete bene: la musica strumentale, a meno che non sia collegata a un’immagine non ha lo stesso impatto, non arriva con la stessa forza.

La canzone nasce con le parole. Ha origine lontane: già nel Seicento, a Napoli, nasceva una forma di canto che ha dato poi vita alla canzone come la conosciamo oggi. E da lì, la parola ha iniziato ad avere più peso della musica. Com’è giusto che sia.

Poi è nata l’opera. E poi l’opéra comique in Francia. E ancora, l’opera lirica italiana, con Verdi, Puccini, Bellini, Donizetti... Ma sempre, al centro, c’era la parola. Perché è la parola che comunica, che emoziona, che resta.

E se guardiamo anche alcune delle canzoni che interpreteremo sul palco, ci accorgiamo di quanto le parole siano fondamentali. Quando canti, non canti fischiettando: canti le parole. Ed è proprio attraverso le parole che tante canzoni ci hanno accompagnato nella vita. Non è stata solo la musica, ma il testo, il messaggio.

Ecco perché l’onestà è così importante. E insieme a essa, lo sono anche tutti quei premi che valorizzano davvero la parola. Perché dare peso alle parole significa dare ancora più valore anche alle note, alla musica. E questa è una cosa che non dovremmo mai dimenticare.

**Come è nato il progetto del vostro quintetto?**

Avevo sì e no 13 o 14 anni. All’epoca era tutto un progetto che portavo avanti da solo, lavorando al computer - parliamo dei vecchi computer di quegli anni - con cui creavo delle basi musicali su cui poi suonavo.

I primi concerti dal vivo sono arrivati più avanti, ma non si trattava ancora del quintetto attuale. Era una formazione diversa: un quintetto con una sezione di fiati - tromba, trombone e sax - e un percussionista. Quindi eravamo in tanti! Era il 2006, e già allora proponevamo i brani del mio disco *One More Time*, che poi ho registrato nel 2010.

Il vero *Alessandro Quarta Quintet*, così come lo conoscete oggi, nasce tra il 2006 e il 2008. Diciamo che dal 2008 in poi ha iniziato a prendere forma in modo stabile. Se faccio i conti, arriviamo al 2025 con quasi vent’anni di storia!

Il salto mediatico, però, è arrivato nell'agosto del 2016 con un progetto che è stato unico al mondo: "*Alessandro Quarta Plays Astor Piazzolla*". È da lì che il quintetto ha iniziato a farsi conoscere davvero, anche al grande pubblico.

**Il violino è spesso associato alla musica classica, ma nella storia - e ancora oggi - ha trovato spazio in contesti folk, pop e non solo. Come vivi questa versatilità dello strumento?**

Il violino è sempre stato etichettato in modo un po’ limitante: lo strumento dei poveri che chiede l’elemosina, quello che suona tra i tavoli a un matrimonio, oppure quello dell’orchestra, dove chi lo suona è vestito da "pinguino", in frac, insieme ad altri musicisti in frac, tutti lì a rendere omaggio al direttore d’orchestra. E poi, ahimè, alla fine è sempre il direttore a prendersi tutti gli applausi, mentre l’orchestra, che è quella che suona davvero, resta nell’ombra.

Beh, diciamo che non è proprio così. Anzi, assolutamente no. Io sono anti-frac. Per quanto, lo ammetto, il frac mi stia anche bene... però sono comunque contro quel tipo di formalismo. Perché? Perché non è il frac che ti fa suonare bene il violino, così come non è il jeans che ti fa suonare bene il rock.

Mi hanno un po’ stufato tutte queste convenzioni, questi cliché. Credo che sia importante andare oltre. Bisogna essere autentici. Con coraggio, sacrificio e tanta dedizione, ho cercato di cambiare il volto del violino. E credo di esserci riuscito. Di far capire che non è solo quello strumento che per secoli è stato incasellato in certi ruoli. E oggi, grazie anche a questo percorso, molte persone, molti fan, lo guardano in modo nuovo

**Hai ricevuto diversi riconoscimenti per la tua musica e il tuo lavoro. Cosa rappresentano per te e che ruolo hanno avuto nel percorso della tua carriera?**

I premi che ho ricevuto sono tutti in un cassetto. Nel senso che sono importanti nel momento in cui li ricevi, ma poi, appena torni a casa, li hai già dimenticati. È il mio modo di essere: mi piace sempre guardare avanti.

Se oggi scopro qualcosa di nuovo, me lo godo, lo osservo, lo apprezzo… ma poi lo metto via. Chiudo quel cassetto e cerco qualcosa di nuovo da scoprire. Certo, sono onorato e felice per i riconoscimenti ricevuti: per ciò che ha detto la CNN, per le parole del Quirinale, per il premio dell’UNESCO e tante altre cose. Ma per me è importante non fermarsi. I premi vanno bene, ma non devono diventare un punto d’arrivo.

Alla fine, non sono i premi a definirti. Il curriculum, ragazzi, serve a poco. Quello che conta davvero sono i fatti. Sono le cose che fai, che lasci. Pensateci: tanti dei più grandi rocker conoscevano poco l’armonia nel senso accademico del termine, non come la padroneggiano i compositori classici. Ma ci hanno messo cuore. Ci hanno messo verità, semplicità.

E spesso, la semplicità è molto più difficile da creare rispetto a qualcosa di complesso. Ed è proprio per questo che vale di più.

di *Federico Arduini*
