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Angela Baraldi, “Cuore Elettrico” e il bisogno del palco: «Il disco si conclude coi live»

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Il 31 gennaio parte il nuovo tour di Angela Baraldi che attraverserà l’Italia. Abbiamo scambiato con lei quattro chiacchiere

Angela Baraldi

Angela Baraldi, “Cuore Elettrico” e il bisogno del palco: «Il disco si conclude coi live»

Il 31 gennaio parte il nuovo tour di Angela Baraldi che attraverserà l’Italia. Abbiamo scambiato con lei quattro chiacchiere

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Angela Baraldi, “Cuore Elettrico” e il bisogno del palco: «Il disco si conclude coi live»

Il 31 gennaio parte il nuovo tour di Angela Baraldi che attraverserà l’Italia. Abbiamo scambiato con lei quattro chiacchiere

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“Cuore Elettrico” è il nuovo singolo di Angela Baraldi, in radio da venerdì 16 gennaio, e apre un’ulteriore finestra sull’universo di “3021”, il suo ultimo album: otto brani scritti da lei e composti insieme a Federico Fantuz, prodotti da Caravan e distribuiti da Sony Music Italia. Nel pezzo, Baraldi parla di “esperimento dadaista gotico scapigliato” nato di getto dopo un notiziario, con un omaggio esplicito a Edgar Allan Poe e un’immagine che lega la rima “stelle/frittelle” a un ricordo visivo delle stelle di Van Gogh.

L’uscita del singolo arriva mentre si avvicina “3021 LIVE 2026”, il tour nei club italiani che dal 31 gennaio porterà dal vivo “Cuore Elettrico” e il resto dell’album. Ed è proprio da qui che parte questa intervista: dal bisogno fisico del palco, dalla libertà del concerto come spazio aperto (anche contro l’idea di un live “bloccato” da click e scalette immutabili), e da una visione lucidissima su pubblico, attenzione culturale e senso del fare musica oggi

Angela, partiamo subito da questo tour che sta per partire con la tua nuova label del 2026. Come lo vivi, questo ritorno sul palco con tutte queste date?

Mi sento molto contenta. Il disco l’ho registrato pensando ai live: per me, il lavoro si conclude lì. Senza concerti, sarebbe uscito solo per metà.

Rispetto ai concerti precedenti, hai pensato a variazioni sulla scaletta o qualcosa di diverso?

Non ne ho fatti abbastanza da stancarmi. C’è tanta voglia di suonare il disco nuovo dal vivo. A volte le cose cambiano strada facendo: i musicisti sono bravissimi e hanno in repertorio tanti miei pezzi, anche al di là di questo album. Di sicuro, tutto il disco nuovo ci sarà.

Più si suona insieme, più si crea un’alchimia maggiore, no?

Assolutamente sì. Non hanno paura di improvvisare o di tirare fuori pezzi nuovi in poco tempo. Mi piace questa agilità: le canzoni non hanno quasi programmazioni, quindi c’è un margine ampio per l’improvvisazione.

Questo approccio richiama un po’ lo stile del disco, un ritorno al vecchio modo di fare musica live, senza mega produzioni, click e filmati.

Esatto. Oggi si tende a tutto pre-programmato, ma io amo questa leggerezza: decidere la scaletta sul momento, in base al posto. L’impasto di una canzone cambia se non sei vincolato a un minutaggio. Posso allungare un suono, fermarmi su certi accordi o chiuderla prima. Ho bisogno di questo campo libero, non è una critica agli altri stili, ma il mio vestito.

Per quanto riguarda il pubblico, com’è andata nei primi concerti?

È stata una sensazione strana. C’è un cambio di guardia visibile dal palco: vedo chi mi seguiva da prima e tanti curiosi nuovi. Mi ha spiazzato all’inizio, ma ora mi piace. Metà mi conosce, l’altra è lì per scoprire: è bello così. Prima si vendevano dischi, ora no. I diritti d’autore sono i primi calpestati. Così, i live sono una necessità pratica per sopravvivere. Ma è divertentissimo! Preferisco i club ai grandi eventi, però questi ultimi prendono tutto: sono unici, ma richiedono spostamenti e biglietti mesi prima. I piccoli locali soffrono, non sono pubblicizzati.

Facciamo fatica a leggere un libro o stare a teatro. È un continuo intrattenimento che svilisce la cultura. Il teatro, antichissimo, ora è in crisi perché chiede attenzione al pubblico. Manca l’immersione, il viaggio. È un problema culturale profondo.

Serve un approccio più verticale, meno orizzontale. Immergersi fa bene al cervello.

Assolutamente. Bisogna continuare a fare live e club, parlarne per farli sopravvivere. Non è solo passione: pensa ai libri scritti senza soldi, come Moby Dick. Kafka voleva bruciare tutto per mancanza di consenso, per fortuna non l’ha fatto. L’arte non è “se non ce la fai, hai sbagliato”. Guadagnare è sacrosanto, ma la scintilla è altra cosa. Dì ai giovani artisti: datevi un voto alto, anche senza riconoscimento sociale.

Oggi la cultura sembra un po’ accessoria se non dà ritorni immediati. E gli artisti puntano prima alla fama.

È un effetto domino ingiusto. I giovani degli anni ’60 erano liberi, scrollavano il ricatto del successo. Ora è uno specchietto per le allodole: devi lavorare sodo come in un mestiere normale, senza cedere. Altrimenti, riduci tutto a cose innocue che piacciono a tutti.

I concerti ti hanno ispirato nuove canzoni?

Il live è vitale: stimola a scrivere, emoziona. Portare le canzoni davanti alla gente è il senso di questo mestiere.

Questo il calendario del tour

31 gennaio 2026 – GENOVA – AD ASTRA Cinemino 
6 febbraio 2026 – GUAGNANO (Lecce) – Rubik
7 febbraio 2026 – BARI – ODE Officina degli Esordi
19 febbraio 2026 – FIRENZE – Brillante_Nuovo Teatro Lippi
20 febbraio 2026 – ROMA – Angelo Mai
21 febbraio 2026 – BOLOGNA – DAS Dispositivo Arti Sperimentali
4 marzo 2026 – MILANO – Biko 
6 marzo 2026 – TORINO – CPG

di Federico Arduini

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