Angelica Bove, tra Sanremo 2026 e “Tana”: “Un disco totalmente autobiografico. Un suono nuovo che è diventato casa mia”
Tra le voci più riconoscibili tra i giovani emergenti del panorama nostrano c’è senza dubbio quella di Angelica Bove, in gara quest’anno al Festival di Sanremo 2026 tra le Nuove Proposte
Angelica Bove, tra Sanremo 2026 e “Tana”: “Un disco totalmente autobiografico. Un suono nuovo che è diventato casa mia”
Tra le voci più riconoscibili tra i giovani emergenti del panorama nostrano c’è senza dubbio quella di Angelica Bove, in gara quest’anno al Festival di Sanremo 2026 tra le Nuove Proposte
Angelica Bove, tra Sanremo 2026 e “Tana”: “Un disco totalmente autobiografico. Un suono nuovo che è diventato casa mia”
Tra le voci più riconoscibili tra i giovani emergenti del panorama nostrano c’è senza dubbio quella di Angelica Bove, in gara quest’anno al Festival di Sanremo 2026 tra le Nuove Proposte
Tra le voci più riconoscibili tra i giovani emergenti del panorama nostrano c’è senza dubbio quella di Angelica Bove, in gara quest’anno al Festival di Sanremo 2026 tra le Nuove Proposte con “Mattone”.
Un passo importante per la sua carriera accompagnato da un altro traguardo: domani esce “Tana”, il suo primo album. Un debutto che l’artista ci ha presentato senza filtri nella cornice della Trattoria Arlati di Milano, tra emozione e autoironia, rivendicando un percorso “prima umano che artistico” e l’urgenza di un primo capitolo discografico: “Mi sono fatta tante domande, forse (spero) le domande giuste. Ho incontrato le persone giuste”, spiega, mettendo subito in chiaro che la genesi del disco coincide con una fase di trasformazione personale. Nel racconto di Angelica, “Tana” è “il riassunto di incontri importanti” e la prima parola chiave è unione: “La nostra unione, l’incontro umano che è stato magico per me”. I nomi sono quelli di Matteo Alieno e Federico Nardelli: il primo come compagno di scrittura e amico (“oltre ad essere un grandissimo autore che stimo come pochi è il mio migliore amico”), il secondo come “new entry” capace di mettere “il punto” su una sintonia già accesa e di trasformarla in una direzione sonora precisa. “A parte che siamo tre romani, quindi in studio c’è familiarità, ci si sente a casa, c’è calore”, dice, legando il suono a un clima umano che precede qualsiasi scelta produttiva.

Non è un caso, allora, che il brano-cardine si chiami “Mattone”: “Mattone è il primo passo di questo mio progetto… ma della mia vita”, aggiunge prima di ammettere (ridendo) che chiamarlo “progetto” le suona troppo formale. La promessa di “Tana” sta tutta nella dichiarazione d’intenti: “I pezzi che vengono dopo non sono altro che frutto di miei sfoghi, racconti: è totalmente autobiografico, ci tengo a dirlo”. Angelica insiste su un dettaglio che rovescia la narrativa classica “si va in studio e nasce un disco”: “Tutto non nasce in studio, nasce prima ancora di pensare a fare un disco insieme”, nelle “mille chiacchierate” con Matteo Alieno, diventato “il contenitore di quelle emozioni che, guarda caso, si sono trasformate in canzoni”. Ne esce l’immagine di un album come trascrizione emotiva, poi tradotta in musica da un team che, nelle sue parole, “aiuta questo flusso di coscienza” e lo rende forma.
Anche quando il disco cambia pelle, la bussola resta la stessa. Alla domanda sulle contaminazioni e sui riferimenti, Angelica non alza barricate teoriche: “Questo disco, musicalmente, è un flusso naturale di esigenze”, dice, a partire dalla sua (“ho bisogno di esprimermi e farlo cantando”) e da quella di Nardelli (“creare quel tipo di suono lì, con una cultura musicale grandissima”). “La cosa meravigliosa è che è stato da subito casa mia: un suono assolutamente nuovo”, racconta, rivendicando l’atto di fidarsi: “Mi sono affidata totalmente: ho fatto bene”. E a proposito di sound, “Tana” è come una boccata d’aria fresca in un’epoca di musica sintetica: tutto suonato, registrato quasi completamente in presa diretta, compenetrato da diverse sonorità, dall’RnB alle contaminazioni alternative e soul. Angelica si è esibita anche in un piccolo live accompagnata da una band di giovanissimi, il primo della sua carriera. Non si direbbe, osservandola a suo agio mentre canta.

Se “Tana” è un disco che parla in prima persona, lo fa però senza cercare l’epica. In “Antipatica” il bersaglio è il giudizio: “‘Antipatica’ è più il giudizio dell’altro… è un simbolo del giudizio del mondo”, spiega, arrivando a una conclusione disarmante per lucidità: “Il giudizio non è altro che un gusto personale”. L’altro grande filo emotivo è la solitudine, che torna sia come tema narrativo sia come postura di difesa. Parlando di “Lui”, Angelica ammette che certe dinamiche sono “letteralmente inconsce” e che solo col tempo, “dopo anni che vedi schemi che si ripetono”, impari a guardarti da fuori: “La mia è una solitudine cercata, ma anche spesso sofferta. Ho un conflitto con la solitudine”. E quando le chiedono se quella solitudine è isolamento, fuga dal mondo, chiarisce: “L’unico strumento che conosco di autodifesa… già sono confusa dentro, poi fuori c’è altra confusione”, quindi “spesso l’isolamento/la solitudine è una difesa che ricerco”.
In questo contesto, Sanremo arriva come una conseguenza, non come un piano. Angelica lo dice apertamente: “Non c’era nessun obiettivo di vetrina”, perché “’Mattone’ è nata mentre stavamo costruendo il disco”. Poi, però, quando il pezzo si compie, la direzione diventa evidente: “Quando l’abbiamo sentita… era già abbastanza palese la voglia di portarla in una vetrina”, soprattutto per “il privilegio di farla ascoltare a più persone possibile”. “Per me è preziosissimo: è la mia storia. Portarla sul palco… è indescrivibile. Il privilegio di essere ascoltati è tanta roba”, dice, chiudendo la questione con un atteggiamento che le somiglia: “La vivo come un gioco molto figo… non troppo sul serio e me la godo”.
E dopo? Qui Angelica non lascia spazio a interpretazioni: “Questo disco è stato scritto per cantarlo live”. È una dichiarazione semplice, ma perfettamente coerente con l’immagine che attraversa tutto l’incontro: costruire. Un mattone alla volta, senza scorciatoie, e con la convinzione – intima e quasi “scientifica”, come la definisce lei parlando di intenzioni e visioni – che “quando visualizzi ciò che vuoi essere… fai di tutto, costruisci, semini”.
di Federico Arduini
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- Tag: musica
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