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Dargen, tra Sanremo e il nuovo disco: “In Italia si parla troppo poco dei rischi dell’AI”

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Dargen porta a Sanremo “AI AI”, che è insieme manifesto artistico e campanello d’allarme e ci anticipa l’uscita del nuovo disco “Doppia Mozzarella”

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Dargen, tra Sanremo e il nuovo disco: “In Italia si parla troppo poco dei rischi dell’AI”

Dargen porta a Sanremo “AI AI”, che è insieme manifesto artistico e campanello d’allarme e ci anticipa l’uscita del nuovo disco “Doppia Mozzarella”

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Dargen, tra Sanremo e il nuovo disco: “In Italia si parla troppo poco dei rischi dell’AI”

Dargen porta a Sanremo “AI AI”, che è insieme manifesto artistico e campanello d’allarme e ci anticipa l’uscita del nuovo disco “Doppia Mozzarella”

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Dargen porta a Sanremo un brano che è insieme manifesto artistico e campanello d’allarme. Il nuovo disco, in uscita il 27 marzo, è anticipato da “AI AI”, canzone in gara all’Ariston nata da un’idea che «ha un paio di anni e poi si è stratificata» fino a diventare uno sguardo inquieto sul nostro futuro prossimo. «Alla base del brano c’è un grosso dubbio su cosa ci succederà tra poco, quando la macchina prenderà il controllo» racconta, spiegando come la canzone sia il frutto di una paura razionale più che di una semplice suggestione.

Quello che lo preoccupa non è solo l’avanzata dell’intelligenza artificiale, ma il vuoto di discussione pubblica che la circonda: «Nonostante l’intelligenza artificiale stia entrando in maniera molto forte e violenta anche in alcuni casi nelle nostre vite, in Italia non c’è un dibattito sui rischi dell’intelligenza artificiale» insiste Dargen, sottolineando come il tema venga spesso affrontato solo in chiave di progresso e comodità, senza interrogarsi su conseguenze e vulnerabilità. A far scattare la scintilla definitiva è stata la comparsa sul mercato di «giochi per bambini, di orsacchiotti che contengono ChatGPT all’interno», prodotti che per lui «mettono in pericolo i bambini». In “AI AI” queste inquietudini si condensano in una scrittura a più strati, che usa l’immaginario della macchina come metafora di un controllo sempre più pervasivo.

Anche la scelta sonora va nella stessa direzione: «Non so se lo avrei messo nel disco, perché gira su una sonorità di tardi anni ’70» ammette. Ma proprio quel riferimento non è casuale: «Per me aveva senso perché è una fase della musica in cui il computer, quindi la macchina, cominciava ad avere un grosso peso nella produzione musicale e mi sembrava una bella metafora per raccontare il mondo nel quale viviamo». Una canzone che, insomma, usa il passato per parlare del futuro, intrecciando elettronica, memoria storica e ansie contemporanee. «Non so se sarebbe entrato nel disco, però poi l’hanno preso a Sanremo e quindi poi le cose cambiano» sorride, riconoscendo al Festival il ruolo di acceleratore anche nelle sue scelte artistiche.

Attorno a “AI AI” Dargen costruisce un intero universo. Il brano è uno dei tasselli di “Doppia Mozzarella”, album frutto di un lavoro di due anni, «una riflessione metodica e approfondita» che parte da un titolo ironico e immediato ma carico di significato: la “doppia mozzarella” come metafora delle vite di oggi, bombardate da stimoli che ci spingono a volere sempre di più, ben oltre le nostre reali necessità. Per questo progetto l’artista ha chiamato a raccolta le persone con cui ha lavorato negli ultimi anni: i musicisti della sua band (Marilena Montarone, Tommaso Ruggeri, Diego Maggi, Alberto Venturini) e una serie di produttori e autori come Gianluigi Fazio, Edwyn Roberts e Marco Zangirolami. Ogni brano porta con sé stratificazioni di tempo e di senso, maturate lentamente e pensate per restituire la complessità del percorso che le ha generate. In tracklist c’è anche “Pianti Grassi”, uscita a gennaio, «disamina lucida e sarcastica della società contemporanea» che dialoga naturalmente con i temi di “AI AI”.

L’annuncio dell’album arriva a ridosso del Festival, dove Dargen si presenta per la terza volta con quella miscela di sagacia, ironia e sguardo laterale che lo ha reso una delle voci più riconoscibili del pop italiano. La sua idea di pop resta la stessa: usare le forme più accessibili come spazio di riflessione, mescolando leggerezza formale e contenuti profondi. Non a caso, “AI AI” diventa anche un progetto editoriale e visivo. Nasce così “AI AI – Short Documentary”, «un documento culturale pensato per fissare un momento storico mentre sta accadendo», che osserva l’intelligenza artificiale «nel suo stato attuale, senza mediazioni didattiche e senza semplificazioni». Dargen dialogherà con figure di spicco della cultura contemporanea su tre assi – intrattenimento, tecnologia, scienza medica – per ragionare sulla trasformazione industriale profonda e silenziosa con cui l’AI sta riscrivendo il modo in cui pensiamo, creiamo, lavoriamo e comunichiamo. Dal doc verranno estratte pillole brevi per web e social, mentre durante i giorni del Festival sono previste attivazioni ad hoc, tra cui la distribuzione di una fanzine cartacea dedicata.

Lo sguardo di Dargen sul presente non si ferma al digitale. Quando gli chiedono se nel 2026 sia più difficile lanciare un messaggio forte dal palco, come quello per il cessate il fuoco del 2024, la risposta non tarda ad arrivare: «Lo vedo più semplice rispetto al 2024 perché anche chi dubitava ha avuto la possibilità di bagnarsi col sangue di quelle immagini e quindi credo che sia diventato proprio un sentire comune». Dargen rivendica di aver sempre parlato senza filtri: «Io ho sempre parlato liberamente, la verità: nessuno mi ha mai detto quello che dovevo dire» precisa. Le conseguenze, però, non sono mancate: «Poi dopo non mi hanno più chiamato in Rai per due anni. Però fa parte del gioco, mi sembra che ci sia chi rischia molto di più quando lavora». Tra le paure per il futuro digitale, le immagini di guerra e un Festival che resta megafono privilegiato, la sua avventura sanremese si carica di un peso che va ben oltre la classifica.

A completare il quadro c’è la serata delle cover, dove Dargen sarà protagonista di un terzetto inedito con Pupo e il trombettista Fabrizio Bosso. «Vi starete chiedendo come è nata?» attacca, trasformando il racconto in uno sketch. All’inizio aveva in mente un altro artista, legato a un brano sanremese del passato che per lui aveva un forte valore nostalgico, «ma l’avevano già scelto». Stessa storia con un secondo nome, «uno dei progetti musicali più interessanti di quest’anno», che però in un’intervista aveva escluso a priori la partecipazione alla serata dei duetti «anche per 15 milioni di euro», battuta che Dargen rilancia con gusto.

Da lì l’illuminazione: «Perché invece di fare una serata delle cover non utilizzi quel palco per un messaggio al quale tieni?» si è chiesto. L’idea era di «utilizzare musiche che provengono da ambienti e culture storicamente diverse e fare una sintesi per dare un messaggio di unione, condivisione e convivenza». Non era semplice convincere un big della musica italiana a prestare un pezzo per farlo “rimaneggiare”, finché Carlo Conti, ascoltata una prima strofa abbozzata, gli ha detto: «Ce l’avrei io un artista adatto». Quell’artista era Pupo. «Pupo ha accettato sulla fiducia, sulla carta, e anche Fabrizio in realtà sul racconto, come lo sto raccontando a voi… solo che voi non vi ho convinti e loro sì» scherza, tenendosi ancora alla larga dai dettagli musicali.

Infine, non manca la stoccata ironica alla critica: ricordando gli ascolti in anteprima, Dargen gioca sui voti ricevuti. «Avete fatto l’ascolto, avete dato il voto… Datemi tre, non sei! È terribile prendere sei, perché sei è una cosa che non posso accettare» ride. È in questo equilibrio tra serietà dei temi e leggerezza dello sguardo che si gioca, ancora una volta, il senso del suo passaggio a Sanremo.

di Federico Arduini

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